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Il retroscena. E ora la manovra rischia di salire di altri cinque miliardi per non toccare l’Iva. Senza flessibilità servono nuove risorse

Roberto Petrini. E ora la manovra rischia di raggiungere i 10-12 miliardi. Se il “nein” della Commissione alla flessibilità per il deficit 2017 sarà confermato il conto di Renzi e Padoan si farà più salato. In queste ore, in vista del varo della “nota” di aggiornamento al Def (Documento di economia e finanza) di martedì prossimo, i tecnici hanno ripreso in mano le forbici: ai 6-7 miliardi necessari per pensioni, povertà sviluppo, contratti, se ne dovranno aggiungere altri 4-5 per sterilizzare l’aumento dell’Iva visto che portare verso l’alto l’assicella del deficit-Pil, oltre quanto parzialmente concesso nel maggio scorso, non sarà consentito da Bruxelles.

Di conseguenza: sanità, spending review, Regioni, detrazioni, rientro dei capitali, giochi e tabacchi sono oggetto di attento riesame. A questa operazione si sta affiancando una riduzione al minimo delle misure di spesa spostando al 2018, magari inserendo il tema in legge di Bilancio, la riduzione dell’Irpef e il taglio del cuneo fiscale sulle buste paga.

A ciò si aggiunga che quadro economico costringerà Padoan ad una indicazione realistica del “numeretto” del Pil del prossimo anno: meno dell’1 per cento, cifra sul quale ha pesato anche la ferma indicazione dell’Upb, l’ufficio parlamentare di bilancio cui spetta il compito di “validare” le stime del Def. Significa quasi mezzo punto in meno di crescita, che si riflette in entrate inferiori e più spese per ammortizzatori sociali, e dunque in un aumento del deficit-Pil di circa 0,4 punti nel biennio 2016-2017. Sebbene l’effetto della congiuntura negativa verrà sterilizzato dalle regole europee, la strada si prospetta più faticosa.

La questione principale resta la sostituzione, con corrispondenti tagli, dell’aumento dell’Iva di 2 punti che la clausola di salvaguardia prevede di far scattare il 1° gennaio 2017 e che Renzi ha ripetuto ieri di voler evitare: si tratta di 15,1 miliardi, circa 1 punto di Pil. Gli accordi di maggio con Bruxelles prevedono che metà di questa cifra venga abbuonata consentendoci di arrivare dall’1,4 all’1,8 per cento del Pil, mentre il resto pari a meno di mezzo punto di Pil ci costerà una manovra di 6-7 miliardi.

A queste cifre si aggiungono le risorse per fare il minimo di politica economica necessaria per rilanciare consumi ed investimenti. La lista è lunga ma negli ultimi giorni, anche sulla base della cautela del Tesoro, si sta accorciando. Il pilastro della manovra restano le pensioni, frutto di una possibile intesa con i sindacati, che tra quattordicesima e no tax area arrivano ad 1 miliardo, mentre l’uscita anticipata potrebbe drenare meno risorse del previsto. Povertà, famiglia e sociale stanno su cifre che si aggirano su 2-300 milioni. Per il contratto degli statali si comincia a pensare che per il primo anno bastino 500 milioni. Nuova tassazione per le imprese individuali e aumento del salario di produttività sono sotto osservazione. Fatti i conti e esaminate le compatibilità, ai 6-7 miliardi necessari per farsi carico della sterilizzazione dell’Iva non si può fare a meno di aggiungerne altri 4-5, per un totale di 10-12 miliardi.

Certo se ci fosse concesso quel quarto di punto relativo agli investimenti rimasto inutilizzato quest’anno, sconto di cui, come dice Juncker, siamo gli unici a beneficiare, emergerebbero 4 miliardi da spendere riportando le lancette dell’orologio della manovra indietro a 6-7 miliardi. Ma la partita sembra sempre più difficile da giocare. Altre opzioni non ce ne sono: a meno di ridurre lo stanziamento di 3 miliardi per il taglio dell’Ires che gli imprenditori dicono di aver già messo nei bilanci delle proprie aziende per il 2017 oppure di toccare il tabù dell’aumento dell’Iva (già rotto nell’ottobre del 2013 quando salì all’attuale livello del 22 per cento). La proposta venne dalla Corte dei Conti nel marzo scorso, ma su questo Matteo Renzi è irremovibile.

Repubblica – 23 settembre 2016 

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