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Il richiamo di Bergoglio su cani e gatti: «C’è chi ama più loro del prossimo». Francesco: la vera pietas è superare l’indifferenza e trasformare in gioia la tristezza altrui

Il sabato la catechesi giubilare del Papa ruota attorno ai vari aspetti della misericordia, stavolta Francesco si sofferma sulla pietà «che non va confusa con quel pietismo, piuttosto diffuso, che è solo un’emozione superficiale e offende la dignità dell’altro» e neppure «con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi: accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli».

Ed è qui che Francesco alza lo sguardo dal discorso scritto e considera a braccio: «Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiuto il vicino, la vicina che ha bisogno… No, eh? D’accordo?».

Non è la prima volta che Francesco si sofferma su questo paradosso. Due anni fa deplorava quei matrimoni «che non vogliono avere figli, che vogliono rimanere senza fecondità» fino ad esclamare: «Ma forse è meglio, è più comodo avere un cagnolino, due gatti, e l’amore va ai due gatti e al cagnolino!».

Il problema è l’atteggiamento verso il prossimo umano e non gli animali domestici. La pietà in Gesù è «condividere la tristezza di chi incontra e operare per trasformarla in gioia». Sul suo esempio, ha spiegato Bergoglio, «siamo chiamati a scuoterci di dosso l’indifferenza che impedisce di riconoscere le esigenze dei fratelli che ci circondano e liberandoci dalla schiavitù del benessere materiale».

Francesco, del resto, è il Papa che ha scelto il nome del santo di Assisi e alla custodia del creato, animali compresi, ha dedicato l’enciclica Laudato si’ , fino a chiedere una «conversione ecologica» e scrivere: «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data… Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi».

Il rapporto tra fede cristiana e mondo animale è complesso e per certi versi irrisolto. In un’altra catechesi, il 26 novembre 2014, Francesco aveva parlato del Paradiso: «È bello pensare al Cielo. Tutti noi ci troveremo lassù, tutti. La Sacra Scrittura ci insegna che il compimento di questo disegno meraviglioso non può non interessare anche tutto ciò che ci circonda e che è uscito dal pensiero e dal cuore di Dio». In che modo, è materia di discussione tra i teologi.

Si dice — ma il racconto non ha mai trovato conferma — che Paolo VI avesse consolato un bambino in lacrime per la morte del suo cane dicendogli: «Un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo». Anche Giovanni Paolo II disse in un’udienza del 1990: «Alcuni testi sacri ammettono che anche gli animali hanno un alito o soffio vitale e che l’hanno ricevuto da Dio».

Una prospettiva che Benedetto XVI — del quale peraltro è noto il grande amore , in particolare, per i gatti — sembrò sbarrare durante un’omelia di sei anni fa: «Nelle altre creature, che non sono chiamate all’eternità, la morte significa soltanto la fine dell’esistenza sulla Terra…».

Il Corriere della Sera – 15 maggio 2016

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