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Il rinnovo del contratto. Accordo sui dipendenti pubblici legato al destino della riforma Madia. L’intesa è subordinata all’arrivo entro febbraio del nuovo testo unico sul pubblico impiego

L’accordo fra governo e sindacati firmato mercoledì scorso per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici è appeso all’attuazione della riforma Madia. Tutta la parte «normativa» dell’intesa, che prevede la rivisitazione delle regole per la distribuzione dei premi di produttività e il rilancio delle «relazioni industriali» all’interno delle amministrazioni, dipende infatti dal testo unico del pubblico impiego, che secondo la delega dovrebbe vedere la luce entro febbraio e “smontare” i capitoli della riforma Brunetta del 2009 in vigore ma mai applicati.

Una volta digeriti i risultati delle urne, sarà questo uno dei temi a cui dare continuità nel passaggio dall’epoca pre-referendum a quella post. I contratti dei dipendenti delle amministrazioni statali e territoriali, va ricordato, sono congelati dal 2010, quando il primo dei decreti «anti-crisi» bloccò i rinnovi e fermò le buste paga. La prosecuzione del blocco, però, è incostituzionale, come ha stabilito la Consulta nella sentenza 178 del 2015 che ha salvato le misure assunte fino a quel momento, ma ha spiegato che non si sarebbero potute riproporre per il futuro. Diversi tribunali hanno sancito che i lavoratori del pubblico impiego hanno diritto al rinnovo del contratto a partire dal 31 luglio 2015, cioè dal giorno successivo alla pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» della decisione della Consulta.

Per far ripartire la macchina, però, i sindacati hanno chiesto di riformare la legge Brunetta, nella parte in cui imponeva (dal primo rinnovo contrattuale, appunto) di dividere i dipendenti di ogni ufficio in tre gruppi e di azzerare per il 25% di loro, cioè quelli giudicati meno «produttivi», i premi in busta paga. Questo avrebbe comportato nei fatti un rinnovo peggiorativo per oltre 400mila dipendenti statali, che in cambio degli aumenti si sarebbero visti tagliare la quota variabile del salario collegata alla «produttività», e lo stesso sarebbe dovuto accadere a 2-300mila lavoratori di sanità ed enti territoriali. L’intesa siglata la scorsa settimana evita il problema promettendo una revisione delle regole sulla valutazione, e un ruolo importante sul tema per le intese a livello di comparto e di amministrazione. Ma ora c’è da attuarla, perché senza il nuovo testo unico il rinnovo del contratto sembra una sfida impossibile.

G.Tr. – Il Sole 24 Ore – 5 dicembre 2016 

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