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Il Senato dei transfughi, già 79 cambi di casacca. Nuovo gruppo per un onorevole su quattro: la maggioranza è mobile

Correva l’anno 2013, mese di febbraio. C’era una campagna elettorale: da una parte il centrosinistra, con Pd, Sel, Psi e Centro Democratico. Dall’altra il centrodestra: Pdl, Lega, Fratelli d’Italia. E poi il Movimento Cinque Stelle e il terzo polo di Mario Monti, Scelta Civica. Tutto finito, tutto cambiato. Sembra passata un’eternità, ma in realtà è trascorso poco più di un anno e mezzo.

Venti mesi in cui gli equilibri politici si sono mescolati più volte. Come i parlamentari, che non sembrano particolarmente affezionati alle rispettive casacche (e dunque ai partiti che li hanno portati in Parlamento con i listini bloccati). In Senato, per dire, sono già 79 quelli che hanno cambiato gruppo. Uno su quattro in 20 mesi: se non è un record, poco ci manca.

 Numeri impressionanti, se paragonati con quelli della Camera (75 cambi di gruppo, ma i deputati sono il doppio dei senatori) o con il precedente Senato. Nella scorsa legislatura i transfughi erano stati 60 in un arco di cinque anni. E anche lì non erano certo mancati gli scossoni politici: i finiani avevano dato vita a Fli, gli ex An si erano trasformati in Fratelli d’Italia, senza dimenticare i Responsabili Razzi e Scilipoti e le grandi manovre in occasione del voto di fiducia del 14 dicembre 2010. Ma nonostante tutto, il bilancio finale è stato inferiore a quello attuale. Perché? A prima vista, il motivo principale potrebbe sembrare la nascita del Nuovo Centrodestra. A oggi il gruppo di Ncd è formato da 31 senatori e dalla sua nascita ne ha conquistati 33 (quasi tutti usciti da Forza Italia-Pdl), ma ne ha persi due: l’ultimo, in ordine di tempo, è Antonio D’Alì, ritornato tra le braccia di Berlusconi. L’altro è Paolo Naccarato, che prima era nel gruppo della Lega, poi è passato in Gal, quindi ha aderito a Ncd, per poi fare ritorno in Gal nel luglio scorso. Un senatore mobile.

 Tra gli spostamenti più consistenti, c’è anche la fuga dal M5S. Gli eletti in Senato erano 54, ma tra espulsi e fuoriusciti volontariamente, oggi sono rimasti in 39. L’ultima a fare le valigie è stata Cristina De Pietro. Quasi tutti gli ex M5S sono finiti nel gruppo Misto (solo un senatore, Battista, è passato al gruppo delle Autonomie, in maggioranza), ma anche lì c’è stata una spaccatura tra i dissidenti. Il dissenso del dissenso. E così si è formata la componente Movimento X (Romani, Pepe, Mussini, Bignami), quella di Italia Lavori in Corso (Bencini, Bocchino, Campanella, Casaletto, De Pin e Orellana) e i «cani sciolti» (Anitori, De Pietro, Gambaro e Mastrangeli). Solo cinque, invece, le defezioni alla Camera: tutti nel gruppo Misto, tranne Zaccagnini che pochi giorni fa ha aderito a Sel.

 Anche il partito di Vendola ha dovuto fare i conti con i cambi di casacca: alla Camera se ne sono andati in 12, tre nel Pd e gli altri 9 nel gruppo Misto, dando vita alla componente Led. Non va dimenticata, poi, la scissione dentro Scelta Civica. Erano in 20 i senatori, oggi ne sono rimasti 17: 10 nel gruppo Scelta Civica per l’Italia e 7 hanno dato vita al gruppo Per l’Italia. 

 Quasi tutti gli spostamenti si sono rivelati determinanti, perché i numeri risicati della maggioranza fanno di ogni senatore un ago della bilancia. La domanda a cui rispondere, dunque, è: su quanti senatori può contare oggi il governo? La risposta non è scontata. Facciamo due conti: i senatori del Pd sono 109, ma il presidente Grasso non vota, quindi 108; 7 di Scelta Civica; 10 di Per l’Italia; 13 delle Autonomie; 32 di Ncd. Fanno 170, che sono 9 in più dei 161 necessari. Ma va anche detto che spesso alcuni senatori di Gal, una sorta di gruppo misto di centrodestra, votano con la maggioranza (per la fiducia sul Jobs Act, Davico e Naccarato hanno detto sì), segno che il «soccorso azzurro», quando serve, c’è.

La Stampa – 21 ottobre 2014 

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