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Il sottosegretario Nannicini: «Quattordicesima più ricca per le pensioni basse. Ma la flessibilità in uscita non può essere gratis». I piani del governo sui redditi

di Lorenzo Salvia. «Di solito fatico a essere polemico però…». Però? «Stavolta fatico a non esserlo». E perché? «Più va avanti il balletto dei tabù ideologici, ripetendo ad esempio che il governo vuole fare un regalo alle banche, meno riusciamo a capire quali problemi possiamo risolvere in concreto. Ed è un peccato. Politicanti della domenica, micro correnti in cerca d’autore: tutti a caccia di visibilità o di facili strumentalizzazioni, nessuno che si preoccupi del merito e di come risolvere i problemi della gente con le risorse che ci sono».

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini ha finito il primo giro di incontri con i sindacati su pensioni e lavoro. Non sembra proprio soddisfatto di come stanno andando le cose.

Susanna Camusso dice che siamo solo ai titoli. Come se il governo avesse riaperto alla concertazione ma solo per finta. Non è così?

«No, ma dipende da cosa si intende per concertazione. Per me non è un rito ma uno strumento che serve alla politica per prendere in autonomia le sue decisioni».

Ma è solo una coincidenza che gli incontri siano iniziati poco prima del voto per i sindaci e andranno avanti fino al referendum di ottobre?

«Sì. Le scelte su lavoro e pensioni andranno inserite nella legge di Bilancio da presentare dopo l’estate. Ci avviciniamo a quella scadenza ed è giusto darsi un metodo ordinato per arrivare a un quadro condiviso. O anche non condiviso ma dopo aver visto tutte le posizioni».

Meglio condiviso oppure è irrilevante?

«La condivisione è auspicabile ma non è un fine in sé. Se ci mettiamo al tavolo con l’obiettivo di trovare un accordo il meccanismo si inceppa. Cominciano le dispute ideologiche e non riusciamo a capire come migliorare gli strumenti. Proprio quello che rischia di accadere».

Allora entriamo noi nel merito, partendo dall’anticipo pensionistico. Avete detto che riguarderà chi è fino a tre anni dalla pensione. Possibile che la misura diventi più ampia e si arrivi a quattro anni?

«È uno degli oggetti di confronto, non ci sono preclusioni. L’importante è prendere atto che la flessibilità in uscita non può essere gratis: a parte alcune proposte che avevano un rapporto disinvolto con il principio di realtà, quelle avanzate finora avevano tutte un costo fisso per ogni anno di anticipo. La nostra non fa eccezione, ma a differenze delle altre riusciremo a modulare questo costo con una detrazione fiscale che aiuta i soggetti meritevoli di tutela».

Per loro la penalizzazione sarà pari a zero?

«Nell’ordine dell’1% l’anno. Quasi zero».

Questo solo per chi ha perso il lavoro e non ha i requisiti per andare in pensione?

«Anche ma non solo. Il costo sarà ridotto anche per chi è in condizioni di forte bisogno: debole sul reddito e sul patrimonio o perché ha una patologia che non gli consente di andare avanti con il lavoro».

Il meccanismo non rischia di attirare solo chi ha perso il lavoro o guadagna bene?

«Al contrario, credo sarà utilizzato soprattutto dalle fasce deboli. Specie se la penalizzazione massima dovesse essere non piccola».

Fino al 15% in tre anni?

«È presto per dirlo. Prima dobbiamo creare questo strumento. Che, voglio dirlo, non è un mutuo perché non rischi niente, né rischiano i tuoi eredi, non vai in banca ma all’Inps».

E per chi la pensione la prende già? Conferma che alzerete la no tax area a 8.124 euro, come per i dipendenti?

«È un tema che sta a cuore al governo. Un primo passo era già stato fatto nell’ultima legge di Stabilità, possibile che adesso arrivi il secondo».

Per estendere il bonus da 80 euro alle pensioni minime ci vogliono almeno 2 miliardi. Niente da fare?

«È uno degli strumenti per sostenere l’adeguatezza del reddito da pensione. Ma ce ne sono anche altri, come la quattordicesima».

C’è già adesso: un assegno l’anno in più, tra i 300 e i 500 euro, per chi prende meno di 10 mila euro lordi l’anno.

«Si potrebbe valutare di alzare la soglia di reddito massima, oppure rendere l’assegno più generoso».

Sembra l’ipotesi che la convince di più.

«La decisione politica non spetta a me. Ma questo strumento ha il vantaggio di essere semplice, disegnato su una fascia di persone che ha davvero bisogno di aiuto».

E il riscatto della laurea? Renderete flessibile la somma da versare?

«È uno dei temi di discussione. Ma ce ne sono altri che meritano più attenzione perché vanno incontro a esigenze sociali più forti. Penso alle ricongiunzioni onerose».

Cioè chi ha cambiato lavoro e per riscattare i contributi versati deve pagare cifre a volte impossibili.

«Appunto. Se ho lavorato un tot numero di anni che a legislazione vigente mi consentono di andare in pensione anticipata devo poterlo fare. Punto. Poi l’assegno sarà pagato dalle diverse gestioni, pro quota per gli anni di versamento».

Ma il riscatto flessibile della laurea non sottrae risorse a quest’operazione. Per lo Stato è a costo zero.

«È vero per il futuro, per le pensioni calcolate solo con il sistema contributivo. Per chi in pensione ci va adesso un costo c’è. Stiamo cercando di capire a quanto ammonta. Ma se c’è qualche redistribuzione da fare forse sarebbe giusto pensare ad altri prima dei laureati».

Perché?

«L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo che lega l’età della pensione alla speranza di vita. Ma la speranza di vita dipende da molti fattori, ad esempio è molto maggiore per i laureati».

Quindi i laureati hanno già un vantaggio perché vivono più a lungo dopo essere andati in pensione.

«Detta così è un po’ brutale. Ma sì, c’è già una redistribuzione implicita a loro vantaggio».

Nella legge di Bilancio ci sarà un taglio del cuneo fiscale?

«Prima dobbiamo completare la riduzione dello sconto dei contributi per i nuovi contratti stabili. È stata di 36 mesi al 100% nel 2015, di 24 mesi al 40% quest’anno. Nel 2017 potrebbe durare 12 mesi con una percentuale al di sotto del 40%. A quel punto l’intervento strutturale sul cuneo fiscale scatterebbe con la legge di Bilancio dell’anno successivo».

Sottosegretario, per lavorare nel governo lei ha congelato un finanziamento da 1,5 milioni di euro per una ricerca sulla mentalità politica. Cosa ha imparato, in questi mesi, sulla mentalità politica?

«Che la cosa peggiore non è vivere i vizi dell’attività che stai facendo ma portarti dietro quelli dell’attività di prima».

E cioè?

«Se fai politica non puoi portarti dietro la rigidità intellettuale del ricercatore pensando che sia rigore intellettuale. Se fai ricerca non puoi portarti dietro un certo orientamento al marketing più che alla sostanza che fa parte della politica. A ciascuno il suo vizio».

Corriere della Sera – 3 luglio 2016 

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