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Imprese e governo motori del rilancio, gli italiani bocciano politica e sindacati. Si affidano soprattutto agli imprenditori, alle istituzioni, alla ricerca e all’iniziativa individuale

Ilvo Diamanti, Repubblica. Non è facile guardare avanti, pensare al futuro, perché il virus ci ha costretti a vivere sospesi in un eterno presente. Un giorno dopo l’altro. Scandito dal numero di nuovi contaminati, ricoverati, decessi. E il termine di paragone è sempre il passato “recente”. Anzi “recentissimo”. Infatti, il confronto avviene con ciò che è avvenuto ieri, la settimana scorsa. Oppure con il “passato” che non passa. Anche se la prima ondata, tra febbraio a maggio, sembra passato “remoto”. Così tutti sperano che, prima o poi, meglio prima che poi, il virus venga contrastato da un vaccino. Che, almeno, attenui i suoi effetti. Si adegui a noi. E noi a lui. Tuttavia, nell’attesa, nessuno si azzarda a fare previsioni. Tanto meno, progetti e programmi. Pensare al prossimo mese è troppo. Natale, Capodanno, l’anno che verrà. Chissà se e quando (av)verrà. Al tempo del virus, piuttosto, si affermano alcune certezze. Amare. Alcune paure. Riguardano, in particolare, l’economia e il lavoro. Se è difficile immaginare il futuro attraverso la lente del virus, assai più facile è osservarlo dalla prospettiva economica. Ed è un futuro certamente oscuro. Come annuncia il presente. Scandito da dati e statistiche che lasciano pochi dubbi. Pochi motivi di speranza. Anche perché riflettono la condizione e la vita delle persone e delle famiglie. Tuttavia, proprio per questo, è necessario, oltre che utile, re-agire. Osservare i segnali e gli attori di una ripresa che occorre sostenere. E, anzitutto, guidare. È il senso – l’obiettivo – dell’indagine realizzata da Demos per Libera, nelle scorse settimane. Attraverso un sondaggio, condotto su un campione rappresentativo, per capire quali siano, secondo gli italiani, i soggetti che possono contribuire maggiormente alla “ripresa” economica.
I risultati sono interessanti e significativi. Vedono protagonisti, per primi, imprese e imprenditori. Per usare una formula e una metafora linguistica: i ri-prenditori. Gli “imprenditori della ripresa”. Considerati, da quasi 4 italiani su 10 (38%), i primi attori che possono spingere l’economia del Paese. Soprattutto se affiancati dalle istituzioni di governo, valutate come importanti soggetti dello sviluppo economico da un terzo dei cittadini. La crisi pandemica, d’altronde, ha spinto i cittadini a stringersi intorno al governo, garantendogli un consenso sconosciuto, da tempo.
In molti guardano, inoltre, al mondo della ricerca. E all’università.
Dunque, per la ripresa, gli italiani puntano su imprese, governo e università. Con alcune differenze dettate dall’area di residenza e, ancor più, dall’orientamento politico.
Il governo, infatti, viene indicato, in particolare, da chi risiede nel Mezzogiorno. Ma, soprattutto, dagli elettori dei partiti “di governo”, appunto. Mentre chi è vicino all’opposizione di Centro-destra si rivolge piuttosto alle imprese. Soprattutto la base di Forza Italia. Per definizione: il “partito impresa”. Tuttavia, molti intervistati guardano con fiducia anche “se stessi”. Pensano, cioè, che un contributo importante alla ripresa economica possa venire dai cittadini. Spinti e animati dallo spirito di iniziativa che, nel passato anche recente, ha permesso loro di ri-prendere dopo ogni tragedia. Dopo ogni emergenza. L’indagine condotta da Demos per Libera mostra, dunque, come gli italiani si sentano ri-prenditori. E non si fermano in attesa che “l’emergenza finalmente emerga e ci faccia ri-emergere” dalla notte in cui procediamo – a tentoni. Anche perché intorno non si vedono organizzazioni e istituzioni in grado di trainare l’economia e la società oltre la crisi – pandemica e di mercato. Questa crisi, infatti, fa percepire gli “istituti di credito” piuttosto come istituti di “debito”. Gli stessi “organismi internazionali” appaiono ancor più lontani dai problemi della vita quotidiana.
Peraltro, in fondo alla graduatoria dei soggetti a cui affidarsi – e di cui fidarsi – per rilanciare lo sviluppo, si incontrano, soprattutto, gli attori politici. Per primi i partiti. Non è una sorpresa, in epoca anti- politica. Peggio di loro, solo i sindacati. A conferma della crisi di rappresentanza che, da tempo, coinvolge non solo il mondo del lavoro. Ma, più in generale, i luoghi e i soggetti di inter-mediazione. Uno specchio della distanza fra istituzioni e cittadini, a causa dell’indebolirsi della “società di mezzo”. Cioè, della “società”. L’impressione è rafforzata dal grado limitato di influenza sull’economia attribuito alle “associazioni”. Ma anche alle amministrazioni locali. Anche così si spiega il disagio di pensare il futuro e di credere alla ri-costruzione. Perché è difficile guardare avanti, se si indeboliscono i rapporti con le istituzioni locali. Se diventiamo un Paese senza società, fiaccato dal distanziamento sociale. Un Paese senza territorio intorno a noi. Chiusi in casa. Disorientati da questo tempo senza tempo che rende difficile ricordare il passato. Tanto più, immaginare il futuro. Per rendere possibile la ripresa dobbiamo divenire noi stessi ri-prenditori.

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