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In 3 milioni attendono più soldi: 6 euro. Niente rinnovo per i dipendenti pubblici dal 2009. In media hanno perso 600 euro l’anno. Anche il settore privato non ride

Se c’è chi ha una corsia privilegiata per il rinnovo del contratto di lavoro, qualcuno, circa 3 milioni di persone, attende un aumento salariale dal 2009. Sono gli statali italiani, vituperati e maltrattati, considerati nell’immaginario collettivo nullafacenti (e le inchieste della magistratura spesso lo certificano) ma comunque lavoratori con il pieno diritto ad avere almeno un tavolo di discussione con il datore di lavoro (Stato ed enti locali) per discutere di salario. Niente da fare. Da oltre sette anni per loro non c’è nulla. Ma gli impiegati pubblici non sono i soli a non parlare di «pecunia» per le loro prestazioni.

IN 46 SENZA CONTRATTO I contratti collettivi di lavoro complessivamente in attesa di rinnovo sono 46 e sono relativi a circa 7,8 milioni di dipendenti. Lo ha rilevato l’Istat lo scorso marzo. In particolare nel pubblico impiego ci sono 15 contratti scaduti per circa 3 milioni di lavoratori a causa del blocco della contrattazione. La quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 60,5% nel totale dell’economia e del 49% nel settore privato. L’attesa per i lavoratori con il contratto scaduto è in media di 38,1 mesi per l’insieme dell’economia, in diminuzione rispetto allo stesso mese del 2015 (38,3), e di 16,7 mesi per quelli del settore privato.

MENO SOLDI, PIÙ SPESA

Secondo la Cisl negli ultimi 10 anni la politica ha fatto di tutto per frenare il cambiamento nella Pa. Gli addetti sono scesi di 222mila unità, si sono congelati contratti e carriere, in molte amministrazioni si è messo a rischio il salario accessorio. Così, dal 2011, i mancati rinnovi hanno portato nelle casse dello stato 8,7 miliardi di euro di risparmi, ma la spesa pubblica è cresciuta di 27 miliardi. Insomma quella di far gravare l’austerity solo sui dipendenti pubblici è una strategia che, secondo il sindacato guidato dalla Furlan, è fallimentare. E la beffa rischia di continuare. Le risorse per avviare le trattative messe nella legge di Stabilità sono pari a circa 300 milioni di euro. Una cifra che consente all’Aran (l’Agenzia pubblica) di avviare le contrattazioni con i sindacati ed eseguire, in questo modo, quanto disposto dalla sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco degli stipendi del pubblico impiego. La sentenza 178/2015 emessa nello scorso giugno infatti, da una parte «salvava» i conti pubblici rendendo la pronuncia non retroattiva, dall’altra obbligava contestualmente il governo a riaprire la partita dei contratti.

LA MANCIA

Da allora gli statali hanno iniziato a sperare. Ma dividendo il gruzzolo per tutti quelli che dovrebbero avere un aumento la cifra che spetta a ognuno è di circa 8 euro lordi al mese, sei netti. Non solo. Secondo le ultime indiscrezioni l’aumento della parte fissa dello stipendio non ci sarà per tutti gli impiegati pubblici. L’incremento spetterebbe solo ai redditi più bassi. Non è però ancora chiaro se già nella direttiva all’Aran sarà indicata una soglia al di sotto della quale concedere l’aumento, oppure se l’individuazione del tetto sarà lasciato alla contrattazione con i sindacati. L’obiettivo è evitare microaumenti e destinare le poche risorse ai chi gudagna meno.

CHI VINCE E CHI PERDE

Intanto il personale della scuola, della sanità, delle forze armate e di polizia e degli altri enti pubblici statali e locali sono i lavoratori che hanno pagato il conto della crisi perdendo 600 euro nella busta paga per ciascun anno, dai 34.900 euro lordi ai 34.350, considerando solo le retribuzioni dal 2011 al 2014. La realtà è variegata. Non ci hanno rimesso i magistrati, i cui stipendi, nel periodo di riferimento, sono aumentati da 131 mila euro a 142. Sempre in diminuzione, invece, gli stipendi del personale docente e Ata della scuola passati dai 30.338 euro del 2011, ai 29.548 del 2012, ai 29.468 del 2013 fino ai 29.130 del 2014, con una diminuzione che sfiora il 4 per cento totale. Anche i corpi di polizia, invece, hanno perduto oltre 500 euro, passando dai 38.493 euro del 2011 ai 37.930 euro del 2014: la flessione è stata dell’1,46 per cento. Molto più ragguardevole è la perdita di stipendio dei dipendenti delle forze armate: nel 2011 guadagnavano mediamente 39.667 euro, nel 2014 sono scesi a 38.236 euro, ovvero 1.431 euro in meno, pari al -3,60 per cento. Circa quattrocento euro in meno anche per i dipendenti della sanità, passati dai 38.918 ai 38.573 euro all’anno. Oltre ai magistrati, hanno guadagnato i dipendenti delle autorità indipendenti, passati dai 76.702 del 2011 agli 83.984 euro del 2014 e gli impiegati delle agenzie fiscali che hanno guadagnato circa mille euro.

Filippo Caleri – Il Tempo – 17 maggio 2016 

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