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In arrivo una stretta sugli scioperi. Proposte di Sacconi e di Ichino: rappresentatività superiore al 50% o referendum preventivo

Porre un argine alle proteste indette da sigle minoritarie che mettono a rischio i diritti della collettività nei servizi pubblici locali. Con scioperi indetti da sindacati che hanno un grado di rappresentatività superiore al 50% o, in alternativa, attraverso il referendum preventivo (ponendo delle soglie di consenso tra i lavoratori interessati).

Sono questi i principi ispiratori delle proposte di legge sugli scioperi presentate al Senato da Maurizio Sacconi (Ap) e Pietro Ichino (Pd), considerate di riferimento dal governo che, per voce del ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, ha spiegato che non intende intervenire direttamente sulla questione, preferendo che sia il Parlamento a farlo. Il punto di partenza è che episodi come lo sciopero Alitalia che ha coinvolto una minoranza di piloti, le tre settimane di blocco selvaggio del metrò a Roma o l’assemblea improvvisa indetta a Pompei, evidenziano come serva un’opera di restyling all’attuale strumentazione, affidata alla legge 146 del 1990, modificata in occasione del Giubileo del 2000 dalla legge 83. A sollecitare un intervento è il presidente della commissione di Garanzia sugli scioperi, Roberto Alesse: «Il Governo e il Parlamento non abbiano il timore di avanzare proposte concrete di modifica», afferma «non dobbiamo farci condizionare da un approccio ideologico nei confronti di questa materia, con urgenza vanno individuati nuovi strumenti di regolazione del conflitto, per salvaguardare i diritti dei cittadini utenti».

Sull’onda delle polemiche scatenate da queste proteste ha ripreso vigore la proposta presentata nel 2010 dall’allora ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, rimasta a lungo nei cassetti perché guardata con sospetto da una parte del centro sinistra, e riproposta il 10 aprile del 2014 dallo stesso presidente della commissione lavoro del Senato. È un Ddl delega che fa riferimento ai trasporti e prevede la proclamazione dello sciopero da parte di sindacati che hanno nel settore un grado di rappresentatività superiore al 50%. Se non si raggiunge questa soglia, scatta il referendum preventivo obbligatorio tra i lavoratori, a condizione che le sigle che indicono il referendum abbiano nel settore oltre il 20% di rappresentatività, e che vi sia il voto favorevole del 30% dei lavoratori interessati. La proposta Sacconi prevede che nei contratti si introduca la dichiarazione di adesione preventiva allo sciopero del singolo lavoratore, insieme allo sciopero virtuale, potenzia il sistema sanzionatorio e crea la commissione per la relazioni di lavoro (al posto della commissione di garanzia) con competenze di natura arbitrale e conciliativa.

Quanto alla proposta Ichino, presentata lo scorso 14 luglio, si compone di soli 5 articoli, riguarda i trasporti pubblici, individuando due requisiti alternativi per proclamare uno sciopero; la rappresentatività maggioritaria nell’azienda stessa del sindacato o (delle sigle), calcolata secondo i criteri degli accordi interconfederali (mix tra iscritti e voti alle elezioni delle Rsu). Oppure con il voto favorevole allo sciopero espresso nel referendum dalla maggioranza dei lavoratori interessati. Il referendum preventivo, fa notare lo stesso Ichino nella relazione, è da tempo previsto negli ordinamenti tedesco, britannico e spagnolo. Per evitare un arricchimento indebito dei gestori dei servizi di trasporto, durante lo sciopero si prevede un allungamento della durata dell’abbonamento in caso di riduzione della funzionalità del servizio superiore al 50%, e la riduzione dei contributi pubblici erogati al gestore. Questi due principi hanno ispirato anche la proposta di legge di iniziativa popolare per lo “sciopero intelligente” presentata dalla Fit-Cisl (ha raccolto oltre 80mila firme), all’esame della commissione lavoro della Camera: in caso di sciopero nazionale penalizza le aziende che operano in regime di sovvenzione pubblica, prevedendo indennizzi parziali agli utenti per i disagi. «La commissione Lavoro della Camera ha incardinato alcune proposte sulla materia – spiega Cesare Damiano (Pd) – a partire da quella di cui sono primo firmatario sulla certificazione della rappresentatività e la validazione con il 50% più uno degli accordi, criterio che potrebbe essere trasferito al diritto alla proclamazione degli scioperi».

La partita in Parlamento si aprirà a settembre, quando inizierà l’esame dei testi Ichino e Sacconi, assegnati in maniera congiunta alle commissioni Lavoro e Affari costituzionali del Senato. Resta da capire se la nuova regolazione degli scioperi resterà una priorità per il governo anche in autunno, quando magari il tema non sarà più sotto i riflettori dei media. «Ho inviato una lettera alla presidente Finocchiaro in vista dell’inizio dei lavori previsto a settembre – spiega Sacconi -. Una volta nominati i relatori verrà adottato un testo base, il raggio d’azione potrà essere esteso oltre ai trasporti, e si deciderà quale strumento legislativo sarà il più indicato».

I sindacati di categoria sono divisi. Giovanni Luciano (Fit) boccia la soglia del 50% di rappresentatività per scioperare: «Si vuole il sindacato unico, nessuno ha da solo il 50% – afferma -. Altra cosa è dire che chi ha la rappresentatività certificata per firmare i contratti nazionali sciopera a costanza di regole. Chi non ce l’ha, pur potendo scioperare, lo deve fare con qualche difficoltà in più». Mentre Claudio Tarlazzi (Uilt) è «d’accordo con la soluzione di indire lo sciopero solo da parte delle organizzazioni che singolarmente o sommate hanno una rappresentatività pari al 50% più uno dei lavoratori».

Il Sole 24 Ore – 28 luglio 2015 

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