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In pensione a 64 anni con il ponte di Quota 102. Tra le ipotesi anche quella di partire dalla soglia anagrafica fissata per il 2022

Il Sole 24 Ore. Per avere un quadro più attendibile della riforma delle pensioni occorrerà attendere la prossima settimana quando, con tutta probabilità, ci sarà la prima verifica politica tra il governo e i leader sindacali sullo stato dell’arte del confronto in corso. Eventuali nuovi requisiti di pensionamento non sono stati ancora messi sul tavolo dell’esecutivo. Che però ha già manifestato la disponibilità a valutare alcuni ritocchi per irrobustire la copertura previdenziale di giovani e donne, una nuova fase di silenzio-assenso per la destinazione del Tfr ai fondi pensione. E, soprattutto, a rendere più flessibile la legge Fornero sul versante dei pensionamenti anticipati, a condizione che i correttivi rimangano nel solco del metodo contributivo, con il ricalcolo dell’assegno per chi si trova nel sistema misto. Una flessibilità in uscita che si potrebbe raccordare a Quota 102, prevista dal governo Draghi solo per quest’anno, con una sorta di ponte su cui si muoverebbe la soglia anagrafica dei 64 anni (in un mix fino a dicembre con la maturazione di almeno 38 anni di versamenti), alla quale guardano da tempo i tecnici del Mef.

Se proprio questo sarà il parametro di riferimento scelto per trovare un’intesa con i sindacati, prevedendo magari anche la possibilità di cumulo tra lavoro e pensione e una corsia differenziata per i lavori gravosi, rimarrà da calibrare il meccanismo che dovrà scattare per il calcolo dell’assegno. Una delle ipotesi valutate nei mesi scorsi a via XX settembre prevede un sostanziale allineamento con il canale d’uscita già aperto dalla “Fornero” per i lavoratori interamente contributivi (chi ha cominciato a lavorare dal 1° gennaio 1996): uscite possibili a partire dai 64 anni d’età, e con almeno 20 anni di contributi, e il trattamento interamente calcolato sui versamenti effettuati. Con una sola reale differenza tra la massa di soggetti totalmente contributivi e quelli del sistema “misto”, che secondo gli ultimi monitoraggi vedrebbero in attività non più di 192mila lavoratori retributivi: la soglia minima dell’ammontare mensile del trattamento che scenderebbe a 2,5 volte il “minimo” (assegno sociale) rispetto alle 2,8 volte previste attualmente per chi è entrato nel mondo del lavoro dal 1996. Il ricalcolo contributivo dell’assegno, che comporterebbe penalizzazioni medie del 10% con punte del 15-20% (anche fino al 30%, secondo Cgil Cisl e Uil) non piace però ai sindacati, contrari anche a una nuova Quota. Ma a considerare il mix 64+38 (ovvero Quota 102) una via percorribile anche per il futuro è il presidente di Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla, a patto che si preveda il collegamento con l’aspettativa di vita e l’adozione del “contributivo”.

Di altro avviso è il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che ha rilanciato la sua proposta di un anticipo a partire dai 64 anni d’età (e 20 di versamenti) della sola fetta contributiva della pensione per poi riconoscere la quota retributiva al raggiungimento dei 67 anni. Tridico ha anche preso le distanze dalle stime di Itinerari previdenziali sulla minor spesa per pensioni collegabile all’eccesso di mortalità dovuta alla pandemia sottolineando che «parlare di risparmi sulla tragedia dei decessi Covid è fuori luogo» e aggiungendo che in ogni caso la variazione sui conti Inps è minima.

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