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In rivolta i suoi senatori. E Monti se ne va «Lascio Scelta civica». Fassina pronto a dimettersi «Io escluso dalle scelte»

Il 31 luglio scorso era stato fermato sulla porta da Alberto Bombassei e convinto a ritirare le dimissioni, dopo uno scontro con Andrea Olivero. Ieri Mario Monti, ex premier e fondatore di Scelta civica, ha annunciato di aver lasciato la presidenza del suo partito e di essere passato al gruppo misto.

Un gesto motivato con un lungo comunicato nel quale spiega di essersi sentito sconfessato dagli undici senatori «più uno» (il ministro della Difesa Mario Mauro) che ieri hanno firmato una dichiarazione di sostegno al governo sulla legge di Stabilità: «Non posso non intendere questa dichiarazione come una mozione di sfiducia nei miei confronti». A seguire, le dimissioni di Gianluca Susta, capogruppo del partito al Senato. Il Professore lascia la presidenza di Sc a Bombassei, che ne era fino a ieri il vicepresidente vicario e che ha già convocato per martedì prossimo un’assemblea plenaria dei parlamentari di Scelta civica.

Una decisione, quella di Monti, che arriva alla fine di un periodo di scontri nel partito, da tempo diviso su molte questioni: la possibilità di un dialogo con i moderati del Pdl, l’approdo europeo (Ppe versus Alde), il sostegno al governo. Le diverse componenti — i «montiani», i centristi dell’Udc, Italia Futura, i cattolici della comunità di Sant’Egidio — non sono riuscite ad amalgamarsi e a trovare un equilibrio. A far traboccare la goccia, oltre al comunicato degli undici senatori, è stato l’incontro di Mauro, eletto di Scelta civica, con Silvio Berlusconi. A lui è dedicato un passaggio del comunicato: «In questi giorni il senatore Mauro è venuto preconizzando, da un lato, una linea di appoggio incondizionato al governo, posizione legittima — e naturale in chi fa parte di un governo — ma che non è la linea di Scelta civica; dall’altro, il superamento di Scelta civica in un soggetto politico dai contorni indefiniti ma, a quanto è dato capire, aperto anche a forze caratterizzate da valori, visioni e prassi di governo inconciliabili con i valori, la visione e lo stile di governo per i quali Scelta civica è nata». Su questo stile, dice «ho accettato di impegnare il mio nome e, con esso, di favorire l’ingresso o il ritorno in Parlamento di candidate e candidati che si sono formalmente impegnati a battersi per realizzare quella che essi stessi hanno chiamato “Agenda Monti”».

Dunque, nel mirino di Monti ci sono l’avvicinamento di alcuni al Pdl ancora non deberlusconizzato e il sostegno troppo acritico al governo. Su questo, l’ex premier spiega che il dl stabilità «appare timido per quanto riguarda la riduzione delle tasse e insoddisfacente per quanto riguarda l’orientamento alla crescita». Ma Monti era ormai in difficoltà in Scelta civica. Dopo aver rotto con l’Udc, con i cattolici di Olivero, e con un’Italia Futura un po’ defilata, i sostenitori dell’ex premier non sembrano più maggioranza tra i 20 senatori e 47 deputati di Scelta Civica.

In sua difesa scende in campo Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario al ministero dei Beni Culturali: «Apprendo con molto dispiacere la notizia e mi auguro che riveda presto questa grave decisione». Anche Lorenzo Dellai spera in un ripensamento. E Linda Lanzillotta: «Comprendo la sua amarezza, ma resto convinto che serva un partito liberale, popolare, riformista ed europeo, e confido che Monti non voglia far mancare la sua guida».

In ambiente Udc si commenta così: «Monti era rimasto solo. Dopo aver lanciato ultimatum contro il governo, dopo aver convocato la festa di Caorle in contemporanea a Chianciano, costringendo Letta e altri a farsi 400 chilometri, dopo aver bacchettato Mauro per la costituente dei popolari, era ormai in un angolo».

Di tutt’altro avviso Benedetto Della Vedova: «La scelta di Monti è stata conseguente all’uno-due del giorno prima: l’incontro tra Mauro e Berlusconi e la sfiducia dei senatori su un’equilibratissima posizione sulla legge di Stabilità. La sua decisione è stata quella di provocare uno choc per evitare una deriva negativa che rischiava di trasformare un partito riformatore in un partito centrista che guarda a destra. Ma Scelta civica va avanti: da qui si riparte».

Fassina pronto a dimettersi «Io escluso dalle scelte». Il viceministro scrive al premier. Ed Epifani lo difende

Stefano Fassina è su tutte le furie: «Se non ho dei chiarimenti da Enrico Letta, se non cambiano due, tre punti di questa legge, se non vengo coinvolto, io mi dimetto, non ho alcun problema: certo non sono uno attaccato alla seggiola», ha spiegato ai pochi compagni di partito e colleghi di governo che sono riusciti a parlarci ieri.

Il viceministro ha già avuto un confronto con Fabrizio Saccomanni. Il titolare del dicastero dell’Economia lo ha praticamente rincorso promettendogli: «Da ora in poi, vedrai, ci sarà maggiore collegialità». Quel colloquio, però, non è bastato a placare Fassina, che ora aspetta il ritorno dagli Stati Uniti del presidente del Consiglio per decidere il da farsi. Toccherà a Letta il delicato compito di dirimere la non facile questione. O il premier dà al viceministro le garanzie richieste o non ci sarà niente da fare e Fassina consumerà il suo strappo. Strappo che sarà tutt’altro che indolore. Si sta infatti parlando di un esponente di punta del Partito democratico, che ieri il segretario Guglielmo Epifani ha voluto pubblicamente difendere. Di più, il leader del Pd ha tenuto a dare ragione al «suo» viceministro e ad appoggiare senza riserve le sue richieste e le sue perplessità. Anche perché sono quelle di tutto il partito.

La verità, infatti, è che il Pd intero si è sentito preso in giro dal premier e dal ministro dell’Economia, oltre che da Angelino Alfano. Racconta un ministro del partito democratico che preferisce mantenere l’anonimato: «Ci hanno tenuti inchiodati sulla storia dei tagli alla sanità sviando la nostra attenzione dalle altre cose e invece non hanno fatto quello che si erano ripromessi di fare e che ci avevano assicurato che avrebbero fatto, come l’operazione sulle transazioni finanziarie». Pesa sulla posizione del Partito democratico e sulla delusione venata di nervosismo di Fassina anche la reazione dei sindacati. Della Cgil, soprattutto, ma pure delle altre organizzazioni sindacali.

Tra uno sfogo e l’altro il viceministro ha spiegato ai pochi interlocutori con cui ha parlato in questi ultimi due giorni: «Ma vi pare normale che nessuno mi abbia fatto vedere neanche un testo? Vi sembra regolare che io non sapessi niente?». E non si tratta di orgoglio ferito, perché Fassina non è quel tipo di politico. Lui è uno che ci crede sul serio. È veramente convinto che la legge di Stabilità «debba essere cambiata», che «sul fronte del sociale vada fatto molto di più», che sul «fronte della redistribuzione sia necessario essere più incisivi» e che, in generale, «occorra prestare maggiore attenzione al mondo del lavoro» e ai giovani disoccupati che «non hanno garanzie». Per questo motivo il viceministro è pronto a chiedere, nel corso del chiarimento con Letta, che torna stamattina a Roma, non solo degli impegni precisi per modificare la legge di Stabilità (impegni che vengono sollecitati dall’intero partito), ma anche una sorta di delega per partecipare in prima persona alla politica economica del governo.

Insomma, la sinistra teme di non riuscire a lasciare il segno su questo fronte. Ed è questa la vera ragione per cui Fassina chiederà di avere una parte più attiva nelle future mosse e decisioni dell’esecutivo. Non per se stesso, perché uno che «è prontissimo a mollare la poltrona» non coltiva simili ambizioni, ha spiegato ieri a qualche collega. Piuttosto, perché altrimenti non si capirebbe il significato della presenza del Pd in questo governo che ha già dovuto offrire l’Imu al Pdl per tacitare Silvio Berlusconi.

Dagli Stati Uniti il presidente del Consiglio sembra nutrire la speranza di riuscire a risolvere il «caso Fassina» positivamente. Ed effettivamente potrebbe riuscirci perché comunque benché il viceministro sia pronto a rimettere il suo mandato nelle mani del premier, non ha ancora compiuto l’ultimo atto formale, quello definitivo, che gli impedirebbe di tornare indietro. Ma i compagni di partito che ieri ci hanno parlato lo descrivono come «molto, molto arrabbiato», anche dopo il colloquio con Saccomanni, che pure si è prodigato in tutti i modi per evitare uno strappo che potrebbe far fibrillare ulteriormente il già traballante governo.

Corriere della Sera – 18 ottobre 2013 

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