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Inquinamento da Pfas. Il Reportage. Viaggio nella terra dei veleni. I pozzi, le stalle e i filari: quando l’acqua fa paura. «Qui finiamo in rovina»

Andrea Priante. «Allora, vediamo se ho capito bene…». Antonello Fochesato fa un respiro rassegnato, e intanto attraversa la stalla passando in rassegna i suoi seicento tra vitelli, manzi e tori adulti. «Se io scarico un carro di letame a meno di duecento metri da un pozzo artesiano, il giorno dopo mi ritrovo una multa della polizia municipale. Ora si scopre che ci sono aziende che per decenni hanno avvelenato le falde con sostanze chimiche e tutti ci dicono che potevano farlo perché nessuna legge lo vietava e che ora sono affari nostri».

La campagna tra Lonigo e Sarego è una distesa di vitigni e ciliegi, interrotti da vecchie case coloniche con i bambini che giocano nei cortili a due passi dai capannoni dove si allevano bovini e faraone. Il silenzio è rotto dal rombo dei trattori e dalle poche auto che raggiungono le villette sorte nei quartieri intorno. Pareva un angolo di paradiso. Ora si scopre che l’acqua dei pozzi artesiani, che da sempre questa gente utilizza per irrigare i campi e abbeverare le bestie, presenta percentuali da capogiro di Pfas, una sostanza tossica e potenzialmente cancerogena. Lo stesso composto organico che l’Istituto superiore di sanità ha riscontrato nel sangue del campione di persone residenti in 29 paesi sparsi tra le province di Vicenza, Padova e Verona. E mentre c’è chi evoca una Terra dei Fuochi in salsa veneta e immagina trame alla Erin Brockovich, l’attivista americana che smascherò l’inquinamento da cromo esavalente in una cittadina della California, in questa vallata molti continuano a utilizzare l’acqua prelevata dai pozzi che pescano una trentina di metri sotto terra.

Lonigo si trova nel cuore delle zone definite «ad alto impatto», dove le analisi hanno riscontrato valori anche sessanta volte superiori a quelli di tolleranza. Ma se l’acqua che esce dai rubinetti viene considerata «sicura» perché trattata con filtri a carbone, ora si guarda con preoccupazione proprio alla miriade di pozzi artesiani scavanti nel secolo scorso e che ancora vengono utilizzati, soprattutto dalle aziende agricole.

A casa di Fochesato, la rete collegata all’acquedotto neppure arriva. Antonio, il padre dell’allevatore, scrolla le spalle: «È da quando ero bambino che la bevo e sono sano come un pesce. Mi creda: la xe bona …». A 87 anni suonati, con alle spalle la seconda guerra mondiale, gli anni della fame e quelli del boom economico, non è certo tipo da lasciarsi spaventare dai Pfas. Ma per suo figlio, come per tutti gli altri proprietari di bestiame, questa vicenda rischia di trasformarsi in una bomba almeno fino a quando gli esperti non capiranno se davvero queste sostanze passino dall’acqua alla carne (e agli ortaggi) e dagli alimenti all’uomo. «Un toro beve circa 30 litri d’acqua al giorno. Io ne ho 600 e con i prezzi che ha raggiunto la carne è già tanto se non vado in perdita. Quando arriverà la rete idrica, se mi costringeranno a dare alla bestie l’acqua potabile lo farò, a patto che me la forniscano a un prezzo ribassato. Altrimenti avrei costi esorbitanti e sarei costretto a chiudere l’azienda».

L’aria che tira è la stessa a Sarego, pochi chilometri più in là. Lucia Dalla Rosa ha quindici campi coltivati a vitigni e ciliegi. «Se mi metto a irrigare con l’acqua del rubinetto, con quello che costa, qui ci roviniamo: tanto vale vendere tutto e cambiare mestiere», assicura. «E cosa dovrei fare quando c’è siccità e mi vietano perfino di lavare l’automobile? Le piante mica possono restare a secco…».

Antonio Burati ha 36 anni e dodici ettari di filari a cui badare. Ora è preoccupato: «Spero che non si scateni una psicosi: i prodotti della nostra terra sono buoni. Se la falda è inquinata dalle grandi industrie a rimetterci non dobbiamo essere, come sempre, noi poveracci».

Ma a rischiare, non è soltanto chi in quella vallata ci lavora. Rino Boseggia è un giornalista che vive proprio a Sarego ed è stato uno dei primi a denunciare lo scandalo dei Pfas. «Ho fatto analizzare l’acqua: ogni litro contiene 30mila nanogrammi di sostanze perfluoroalchiliche quando il limite di tolleranza è 500. Da quando l’ho scoperto utilizzo solo la rete idrica, perfino per l’insalata».

Nella zona da mesi c’è un viavai di tecnici dell’Usl e dell’Arpav. «Hanno prelevato campioni e fatto analisi e controanalisi. Nel frattempo quell’acqua non la tocco» assicura Vittorio Chilese, mostrando i risultati dei test che evidenziano valori trenta volte superiori alla soglia.

Uno dei problemi che si trovano ad affrontare i Comuni interessati dal fenomeno, è che molti di quei punti di prelievo non sono mai stati mappati. «A Montagnana – spiega il sindaco Loredana Borghesan – ho dovuto firmare un’apposita ordinanza che impone a tutti i proprietari di denunciare i pozzi artesiani, in modo tale che si possano effettuare i test. La speranza è che nessuno faccia il furbo…».

In queste ore gli abitanti stanno ricevendo una lettera di convocazione per sottoporsi alle analisi del sangue. È la prima fase di quella mastodontica campagna di controllo sanitario promessa dalla Regione.

«Diventeremo cavie da laboratorio», sospira Bruno, al tavolo del Bar Borsa di Cologna Veneta, tra i comuni del Veronese considerati a rischio. Gli amici pensionati gli danno ragione e intanto non resta che buttare giù un’altra ombra di rosso. «Non siamo più giovani, ognuno di noi ha già i suoi problemi di salute. Ci mancava solo quest’altra preoccupazione. ..».

Il Corriere del Veneto – 22 aprile 2016 

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