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Intervista a Luca Zaia. «La Regione non è l’Inps, via le pensioni ai consiglieri». I maldipancia forzisti, il caffè con Moretti e quella «sindrome di Stoccolma»

Presidente Luca Zaia, soddisfatto del bilancio approvato dal consiglio regionale?  «Molto. È una manovra che nasce da un’analisi viscerale dei problemi della nostra Regione, poi affrontati in modo chirurgico. Da qui inizia il mio secondo mandato».

I bilanci della stagione 2010-2015 non le appartenevano?

«Avevamo ereditato partite complesse, che in parte ci hanno condizionato, ma non li disconosco affatto, sarebbe scorretto. Ma questo è un’altra cosa, figlio com’è di una squadra tutta nuova chiamata a realizzare un programma senza precedenti».

Nonostante i pochi soldi a disposizione?

«Il dato è semplice e incontrovertibile: le risorse di cui possiamo disporre liberamente sono crollate dai 491 milioni del 2010 ai 52 milioni di oggi. Ma le idee non ci mancano».

Dal 1970 non è si è mai visto un bilancio discusso tanto in fretta: tre giorni. E la fretta, si sa, alle volte è una cattiva consigliera…

«I tempi stretti interpretano lo spirito dei giorni che viviamo, sono un segno di modernità. Dobbiamo essere operativi, ce lo chiedono i veneti, è finita l’epoca delle sceneggiate, delle tende, delle scatolette di acciughe. Non è un bilancio migliore quello approvato per sfinimento. E in questo senso va riconosciuto all’opposizione il merito di aver rinunciato all’ostruzionismo».

Nel Pd quel caffè tra lei e Alessandra Moretti a Palazzo Balbi, alla vigilia del confronto in aula, è andato di traverso a molti. Anche nella Lega e in Forza Italia c’è chi mugugna, accusando la giunta di aver accontentato più i dem che la sua maggioranza. È così?

«Non c’è stato alcun inciucio e sfido chiunque a dar prova del contrario. Ormai i veneti mi conoscono, sanno che non sono tipo da trattative sottobanco, che tra l’altro, con 52 milioni sul piatto, si sarebbero ridotte a ben poca cosa. Mi stupisco semmai di chi si stupisce che un presidente parli con i suoi consiglieri, compresi quelli di opposizione. Non è forse ciò che fa un sindaco nel suo Comune? Perché qui un caffè con la capogruppo del primo partito di minoranza deve apparire scandaloso? Moretti ha fatto il suo lavoro, io ho fatto il mio, ma evidentemente nel Pd c’è ancora chi pensa che le battaglie in consiglio si portino avanti togliendosi il saluto a vicenda».

Sta di fatto che in Forza Italia non l’hanno presa bene. L’assessore al Lavoro Elena Donazzan, che ha perso 500 mila euro a favore della caccia con un blitz firmato da Sergio Berlato di Fratelli d’Italia, ne fa un a questione politica e pretende spiegazioni.

«Sono episodi che capitano durante le discussioni sulla manovra, quando a sera ci si ritrova a discutere centinaia di emendamenti. È successo anche a me quand’ero ministro. Non farei tragedie e neppure troppe dietrologie, sono incidenti di percorso che si risolvono e troveremo il modo di farlo. D’altra parte, se guardo ai numeri, la Formazione e il Lavoro restano centrali nella nostra azione di governo, anche per quanto riguarda l’ammontare del budget».

Lei era a conoscenza dell’emendamento per la restituzione dei contributi previdenziali ai consiglieri? Ne è nato un putiferio, con il Movimento Cinque Stelle all’assalto della Casta.

«Non ne sapevo nulla, è stata un’iniziativa dell’Ufficio di presidenza del consiglio. Comunque la mia posizione sull’argomento è chiarissima: la Regione non è una “mini Inps”, il suo compito non è pagare pensioni e la previdenza non è il suo core business . Ha ben altro di cui occuparsi. Abbiamo già eliminato i vitalizi, ora chiedo che si faccia un passo in più e si cancelli anche il sistema contributivo introdotto in sostituzione. Per un motivo molto semplice: è vero che adesso i consiglieri versano 1.600 euro al mese, ma è altrettanto vero che per ciascuno di loro, ogni mese, la Regione deve versarne altri 2.300. Con una spese facilmente calcolabile per l’ente».

Dunque, che si fa?

«Si paga al consigliere quanto stabilito con legge, all inclusive , e stop. Sarà poi il singolo a costruirsi un profilo previdenziale al di fuori della Regione, scegliendo come più gli aggrada tra i tanti prodotti in circolazione. E nessuno pensi di fare il primo della classe: quello che le ho appena detto sta nero su bianco sul mio programma».

La Regione potrà disporre quest’anno di 1,1 miliardi di euro, sbloccati dal Patto di stabilità, per pagare i debiti con enti e fornitori. Deve ringraziare Renzi?

«Piano. È una bella opportunità, non dico di no, ma non vorrei che stessimo sviluppando la sindrome di Stoccolma, per cui lo Stato ci vessa, si tiene 21 miliardi di residuo fiscale, ci taglia risorse ogni anno, ci infila nella gabbia del Patto e poi, quando finalmente allenta un po’ la corda, allora diventa buono e generoso. Un po’ com’è accaduto con la Sanità: ci hanno dato 2 miliardi di competenze in più e adesso che ci hanno dato un miliardo tutti a dire bravo al governo. Ma a casa mia il saldo fa meno un miliardo per il Veneto».

Quali sono le priorità che emergono da questo bilancio e caratterizzeranno il 2016?

«A differenza degli anni passati, non lasciamo partite in sospeso da aggiustare col fiatone con l’assestamento. I 21 milioni dei forestali, ad esempio, ci sono già tutti e penso sia la prima volta. Vogliamo sfruttare al meglio i fondi Ue, cofinanziati al 100%, il che toglie alibi ai destinatari chiamati ad utilizzarli. L’economia e il lavoro, la lotta alla disoccupazione, restano in cima alla lista. E poi, ovviamente, il referendum per l’autonomia, la principale novità di quest’anno».

Suona come un ripiego rispetto al referendum per l’indipendenza un tempo sostenuto dalla Lega. Che, tra l’altro, sbeffeggiava la soluzione autonomista proposta da Forza Italia.

«Non accetto che si parli di un surrogato. I due referendum, indipendentista e autonomista, sono passati in aula grazie ai nostri voti. Poi il primo è stato bocciato su tutta la linea dalla Corte costituzionale, il secondo si è parzialmente salvato. Da lì siamo ripartiti, con serietà, sul modello scozzese: prima la devolution, poi l’indipendenza».

Anche quello sulla cultura è stato interpretato come un dietrofront: dopo i tagli, avete quasi interamente ripristinato il capitolo.

«Sono sempre stato convinto che i 4 milioni iniziali fossero abbondantemente insufficienti e le dirò di più, anche i 7 milioni attuali sono un’inezia. E lo stesso vale per il turismo, la prima industria del Veneto, passato da 35 milioni a 3 milioni. Ma questi sono i soldi in cassa e prendersela con me o con l’assessore è come prendersela col padre di una famiglia povera perché non è ricco. Se non dovessi pagare 40 milioni alle Province, per dire, sa quanto avrei potuto dare alla cultura?».

Quello delle Province è un problema destinato ad incancrenirsi negli anni.

«Si sta puntualmente verificando ciò che avevo detto. A pagare la non-abolizione delle Province alla fine è la Regione, sono i veneti. Facile fare le riforme così. E il nostro bilancio, intanto, ne esce letteralmente devastato ».

Il Corriere del Veneto – 16 febbraio 2016 

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