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Intervista a Romano Marabelli. Emergenze, salute animale, nuovo trattato sulle pandemie, sicurezza alimentare: le nuove sfide e frontiere per la World Organization Animal Health

Questa intervista esclusiva al professor Romano Marabelli, advisor della Direzione Generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità Animale (ex Oie) ed esperto internazionale di sanità animale, è stata realizzata dal dottor Stefano Adami il 16 giugno scorso nella sede centrale della “World Organisation Animal Health” di Parigi. Una conversazione a tutto campo che tocca i principali temi che investono la sanità veterinaria e la salute globale e ne illustra i prossimi sviluppi e le prospettive.

  1. Dall’alto osservatorio della WOAH, quali sono a suo avviso le emergenze da affrontare nella difesa della salute animale in questo periodo storico? Cosa si fa facendo e cosa si potrebbe fare maggiormente per contrastarle?
  2. Instabilità internazionale e crisi climatica, come stanno incidendo sull’approvvigionamento delle materie prime per l’alimentazione animale e quali conseguenze a suo avviso possono generale nel medio e lungo periodo sulla salute degli animali zootecnici e dunque sull’approvvigionamento degli alimenti per l’uomo?

Proprio in questi giorni presso la sede parigina dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale (WOAH) è in corso la riunione dei CVO. (Direttori Generali dei Servizi Veterinari) dei Paesi dell’Unione Europea sotto la presidenza francese (che ha la Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea), dal 15 al 18 giugno 2022. E’ una delle prime riunione in presenza dopo la pandemia e quindi ha un significato molto importante, anche dal punto di vista sociale,  perché permette di presentare ed esaminare al meglio i progetti europei. Negli incontri a distanza si tende a rispettare un ordine del giorno per farlo poi seguire da una discussione formale: nel nostro settore, invece, è molto importante lo scambio di opinioni fra i Direttori Generali e fra questi e l’Agenzia ospitante e questo è senz’altro favorito dalla ripresa in presenza di questo importante incontro.

Questa riunione dei CVO è stata dedicata in primis ad una valutazione sull’influenza aviaria e sulla possibilità, che si sta definendo, di poter autorizzare, fin dal prossimo autunno la vaccinazione. C’è una valutazione positiva in tal senso: con riferimento in particolare ai casi in Francia ed in Italia, l’UE ha una buona disponibilità a prendere in considerazione delle deroghe che permettano fin dal prossimo autunno di vaccinare gli avicoli, ad iniziare dai tacchini.

Una seconda discussione è stata in merito al Nuovo Trattato sulle Pandemie, avviato all’OMS a livello mondiale e approvato come idea progettuale durante l’ultima assemblea di Ginevra e che dovrebbe essere pronto, per una approvazione definitiva, entro il 2024. La WOAH partecipa attivamente alla scrittura di questo trattato pandemico: un elemento importante, che forse in Italia è passato un po’ sotto traccia, è che, a seguito della pandemia di Covid 19, è stato costituito nel 2021, sotto la spinta di Francia e Germania, il Consiglio Mondiale di Sanità. Quindi le quattro Organizzazioni Mondiali: l’OMS per quanto riguarda la salute umana, la FAO per quanto riguarda la sicurezza alimentare, l’WOAH per quanto riguarda la sanità animale e l’UNEP (agenzia delle Nazioni Unite per quanto riguarda l’ambiente) hanno costituito il consiglio mondiale di sanità e a fianco di tale consiglio mondiale è stato individuato un comitato scientifico costituito da 25 rappresentanti di spiccata esperienza dei 5 continenti (poi portato a 26). Ogni continente ha 5 rappresentanti scelti sulla base di una valutazione delle candidature. Forse in Italia tale procedura non è stata conosciuta in maniera adeguata e di conseguenza per l’Europa sono stati nominati un rappresentante scientifico francese, uno tedesco, un olandese, un russo, un inglese. Si auspica che quando fra qualche anno ci sarà il rinnovo di questo comitato molto importante, la comunità scientifica italiana possa esprimere qualche candidatura di rilievo del nostro panorama scientifico. Questo per dire che la pandemia ha sicuramente modificato il modo di vedere la collaborazione fra le diverse organizzazioni internazionali: ad esempio la Francia ed il presidente Macron hanno spinto e finanziato con 90 milioni di euro la costituzione dell’Accademia dell’OMS a Lione, dove ci sarà una parte dedicata anche all’accademia della WOAH mentre il governo tedesco ha finanziato con 100 milioni di euro a Berlino un centro per l’intelligence nel settore sanitario, ossia per la raccolta di informazioni sanitarie (il termine intelligence fa capire quanto sia ritenuto importante per il futuro la raccolta dati ed informazioni in ambito sanitario).

Un terzo argomento che riguarda specificatamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale è l’istituzione di un osservatorio: com’è noto l’WOAH ha come funzione principale di definire ed aggiornare periodicamente il regolamento mondiale della sanità animale (codice terrestre ed acquatico):  ci sono dei comitati scientifici che si riuniscono durante l’anno per proporre delle modifiche a questi codici da presentare durante l’Assemblea Generale della WOAH che si svolge abitualmente l’ultima settimana di maggio a Parigi.

L’altro argomento importante che riguarda direttamente l’WOAH è la raccolta informazioni tramite il sistema notifica WHAIS, di eventuali focolai di malattie infettive che i Paesi Membri (182),  devono notificare  entro le 24 ore alla WOAH. Questa attività richiede da parte dei Paesi Membri una corretta applicazione di queste norme richieste dall’WOAH. E’ risultato evidente nel corso degli anni che alcuni Paesi, soprattutto in certe aree geografiche, non sempre applicano in maniera puntuale e tempestiva tali norme: la costituzione dell’Osservatorio ha la funzione di raccogliere le informazioni su come i Paesi Membri applicano tali norme dell’WOAH. E’ una sorta di raccolta della legislazione a livello mondiale per valutare se i Paesi Membri trasferiscono nelle singole legislazioni nazionali ciò che loro stessi hanno approvato in sede di Assemblea Generale Mondiale e soprattutto se notificano in tempi adeguati gli eventuali focolai di malattie infettive, così da favorire, da parte dei Paesi vicini, l’assunzione di misure adeguate per difendersi dalla diffusione di dette malattie.

E’ chiaro che in questo momento l’attenzione è focalizzata soprattutto su influenza aviaria e peste suina africana. Per l’influenza aviaria, come già detto, c’è una forte tendenza a favorire la vaccinazione: nel Regno Unito, dopo i focolai di afta epizootica occorsi all’inizio degli anni 2000, l’atteggiamento nei confronti dello stamping out di animali sani ha avuto una certa critica di carattere sociale oltre che di carattere economia, motivate rispettivamente dal sentire emozionale e dalla perdita di proteine animali. I Paesi anglosassoni erano i più attivi a non sostenere l’importanza della vaccinazione rispetto all’abbattimento totale degli animali potenzialmente infetti/contaminati: questo atteggiamento ora si è modificato ed oggi, come del resto sostenuto dal nostro Paese, la vaccinazione è tornata ad essere uno strumento sanitario molto importante e da utilizzare in caso di infezioni/malattie: e quindi nei confronti dell’influenza aviaria si andrà verso questa direzione.

Per la peste suina africana, come è noto, non esiste ancora un vaccino: esistono molte notizie più o meno corrette che parlano della preparazione di un vaccino della PSA: il problema del virus del PSA è la sua estrema variabilità e questo procura,  come per altre malattie (come per l’AIDS e come si è visto anche per il Coronavirus) ad una scarsa efficacia di questi vaccini ed una vetustà troppo rapida, nel senso che le mutazioni del virus rendono praticamente inefficace la vaccinazione o addirittura, come è successo in alcune sperimentazioni (per fortuna poi abbandonate) la vaccinazione degli animali selvatici ha portato ad una ulteriore diffusione del virus nell’ambiente. Quindi la situazione della PSA viene monitorata con molta attenzione, soprattutto dopo la sua apparizione in Italia. Un altro caso molto preoccupante è la positività riscontrata in un allevamento di suini domestici in Germania, a sei km dal confine francese: quello che accomuna questi due focolai è una correlazione geografica non chiara, una mancanza di contiguità geografica con notevoli distanze fra un focolaio e l’altro. Questo elemento rende tutti i Paesi a livello mondiale sottoposti a rischio permanente.

Terminata l’emergenza epidemica sono inoltre aumentati i traffici marittimi e terrestri; per certi versi si sta accelerando sugli scambi commerciali e questo rappresenta un problema di carattere sanitario da monitorare. Gli Stati Membri si devono dotare di strumenti adeguati, e In questo l’WOAH ha proprio un programma di formazione denominato PVS, il cui scopo è proprio quello di valutare ed accompagnare i sistemi veterinari dei diversi Paesi in questo processo di miglioramento.

Per quanto riguarda la sicurezza alimentare, è chiaro che la pandemia e le crisi di carattere internazionale hanno messo in evidenza come il termine di sicurezza alimentare (declinato in food safety = igiene e food security = produzione) necessita drammaticamente di essere unificato: anche la componente sanitaria veterinaria che si occupa per definizione di food safety ha un grosso impatto anche sulla frazione della produzione.

A mio parere è giunto il momento di considerare a pieno titolo la veterinaria come elemento fondamentale per lo sviluppo economico e quindi certamente è vero che la veterinaria ha come core business la tutela della salute umana attraverso la difesa della salute animale, ma tale elemento va valutato nell’ambito di quanto questi aspetti di carattere sanitario, se non correttamente gestiti e controllati,  impattano,  con danni fortissimi e spesso irreparabili, sul piano economico e sullo sviluppo dei Paesi. A quello che in passato, ed anche oggi in parte, è il settore legato alla produzione di energia, con la ricerca di fonti energetiche che suppliscano le fonti fossili, si sta affiancando la ricerca di risorse alimentari. Quello dunque che si rappresenta con una problematica di energia pura diventa ora un problema di energia alimentare e richiede da parte dei Paesi una progettualità che non riguarda unicamente la salute e l’igiene di queste produzioni alimentari  ma anche la quantità e la disponibilità di questi alimenti. Nel momento in cui la disponibilità alimentare in ambito nazionale o europeo, vuoi per questioni sanitarie o per ragioni di carattere ambientale/climatico, oppure per scelte di carattere sociale si dovesse ridurre, si dovrà inevitabilmente andare alla ricerca di fonti alimentari in altre parti del mondo non sempre disponibili per il mercato europeo e spesso meno garantite dal punto di vista igienico/sanitario.

E’ noto che nei prossimi 30 anni, nel 2050 la richiesta di proteine animali raddoppierà; ci sono Paesi fuori dal continente europeo che stanno aumentando sia la produzione che la ricerca di fonti alimentari, così che l’Europa andrà in competizione con altre aree del pianeta con risorse economiche anche superiori a quelle europee e dunque con la possibilità di approvvigionamento maggiore a quella europea. Secondo aspetto, più legato alla nostra professione veterinaria, è riferito ai prodotti provenienti da fuori il continente europea, in particolar modo fuori dall’Europa comunitaria. Sappiano che l’Europa richiede con rigore che i prodotti in entrata abbiamo le stesse caratteristiche e questo pone il consumatore europeo in una condizione di tranquillità e rassicurazione rispetto a ciò che acquista/consuma. Questa regola però non si applica rispetto al percorso, al metodo di produzione: i prodotti finiti devono avere le medesime caratteristiche ma non il processo, che può essere differente. E questo può avere un impatto in primis sui costi di produzione, ma anche rilevare in relazione a quanto il consumatore si attende da queste produzioni: si pensi ad esempio alla componente etica del benessere animale che, come sappiamo, non fa parte delle regole previste dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO).

Quindi Paesi al di fuori dell’Unione Europea non sono obbligati a conformarsi alle regole sul benessere animale o sui metodi di allevamento, o su tempi e metodi di trasporto degli animali. L’applicazione o meno di queste regole incide sensibilmente, se non sulla sicurezza igienica, sicuramente sulla qualità delle produzioni zootecniche. Quindi questi problemi molto importanti si declinano in due elementi fondamentali: sia quello di ottenere dai Paesi Terzi una applicazione più coerente non solo rispetto al prodotto ma anche rispetto al processo, sia quello di trovare il giusto equilibrio fra le decisioni che devono essere prese per garantire la sostenibilità e l’impatto ambientale in Europa, con la possibilità, anche attraverso nuove tecnologie, di garantire una quantità produttiva sufficiente per le popolazioni europee”.

 

A cura di Stefano Adami

Parigi, 16 giugno 2022

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