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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Istat, 2 milioni di giovani non lavorano e non studiano. Pressione fiscale record oltre il 44%
    Notizie ed Approfondimenti

    Istat, 2 milioni di giovani non lavorano e non studiano. Pressione fiscale record oltre il 44%

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche12 Febbraio 2014Nessun commento6 Minuti di lettura
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    Con oltre due milioni di giovani (nella fascia d’eta 15-29 anni), il 23,9% del totale, che non studiano e non sono impegnati in un’attività lavorativa (i cosiddetti “Neet”), istruzione e lavoro dovranno entrare con forza nell’agenda di rilancio dell’attività di governo. Ma anche altri numeri vanno rapidamente migliorati, a partire da una pressione fiscale record.

    Nel 2012 ha raggiunto il 44,1%, 3,6 punti percentuali in più rispetto alla media Ue a 27. Nel 2012 il Pil pro capite in termini reali, valutato ai prezzi di mercato, è di 22.807 euro e rispetto all’anno precedente c’è stato un calo del 2,8 per cento (in termini reali). In diminuzione anche la produttività del lavoro dell’1,2 per cento (2012 su 2011). E negli ultimi 10 anni si è ridotta, pure, la quota di mercato delle esportazioni sul commercio mondiale (si è passati dal 4 per cento del 2003 al 2,7 del 2012), mentre nel 2011 circa il 58 per cento delle famiglie (vale a dire 6 su 10) ha conseguito un reddito netto inferiore all’importo medio annuo (29.956 euro, circa 2.496 euro al mese). Una famiglia su quattro è in una situazione di “deprivazione” ovvero ha almeno tre dei 9 indici di disagio economico come per esempio non poter sostenere spese impreviste, arretrati nei pagamenti o un pasto proteico ogni due giorni. L’indice è cresciuto dal 22,3% del 2011. L’Istat ha pubblicato il rapporto «Noi Italia», 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo”, che contiene una serie di dati 2011 e 2012 su economia, cultura, mercato del lavoro, infrastrutture, ambiente, tecnologie e finanza pubblica. Competitività, Italia fanalino di coda L’Italia è fanalino di coda in Europa per competitività di costo delle imprese: ogni 100 euro di costo del lavoro il valore aggiunto si attestava nel 2010, ultimo anno di confronto con l’Ue, a 126,1%, dato peggiore in europa, contro il 211,7% in Romania. Nel 2011 in Italia la competitività è migliorata (128,5%). L’indicatore sintetico del successo dell’impresa nel sistema competitivo è calcolato come rapporto tra valore aggiunto per addetto e costo del lavoro unitario. Rappresenta una sintesi della misura di efficienza dei processi produttivi e fornisce, pertanto, indicazioni sulla competitività in termini di costo. In Italia l’indice di competitività ha perso quasi 10 punti dal 2001 al 2010 (da 135,8 a 126,1) mentre in Romania (prima nella graduatoria) si è passati da 163,4 a 211,7. In Europa l’indice medio nel 2010 era a 144,8 in calo di un punto dal 2001. In calo anche la competitività delle imprese francesi a un passo dalle italiane con 128,8 punti nel 2010. Migliorano i saldi, ma il rapporto debito/Pil resta elevato Il rapporto evidenzia, poi, come nel 2012 in Europa si registri un miglioramento generalizzato dei saldi e delle dinamiche dei conti pubblici per effetto delle misure di contenimento della spesa adottate dai vari governi. L’Italia si colloca al primo posto, insieme alla Germania, tra i paesi Uem per saldo primario (indebitamento netto esclusi gli interessi passivi), al sesto posto relativamente all’incidenza dell’indebitamento netto. Ma l’Italia si conferma tra i paesi europei con un elevato rapporto debito/Pil. Nel 2012 toccava quota 127 per cento, valore inferiore solo a quello della Grecia. Sul 2011 l’aumento è di oltre 6 punti. Tasso di disoccupazione al 10,7% nel 2012 Nel 2012 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 10,7 per cento, in crescita rispetto all’8,4% dell’anno prima. L’incremento interessa entrambe le componenti di genere e tutto il territorio; in alcune regioni del Mezzogiorno arriva al 19,3 per cento (Campania e Calabria). Il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il livello più elevato dal 1977, al 35,3%; anche qui va peggio per le ragazze. Insieme alla Grecia, la condizione giovanile appare particolarmente critica, con un valore dell’indicatore che supera il 30%, in Spagna, Portogallo, Slovacchia e Irlanda. Anche il livello di inattività (36,3%) in Italia risulta ragguardevole, secondo nella graduatoria europea dopo Malta. A preoccupare è la disoccupazione di lunga durata (che dura cioè da oltre 12 mesi) che interessa il 52,5 per cento dei disoccupati (uno su due, praticamente) e supera il 54% per la componente femminile. Nel 2011 la quota di unità di lavoro irregolari si attesta al 12%, in lieve riduzione rispetto ai due anni precedenti. Il Mezzogiorno registra l’incidenza più elevata di lavoro non regolare, oltre il doppio rispetto a quella del Centro-Nord. A livello settoriale, è non regolare quasi un quarto dell’occupazione nell’agricoltura. Si spende poco per istruzione e formazione In Italia l’incidenza della spesa in istruzione e formazione sul Pil è pari al 4,2 per cento, valore ampiamente inferiore a quello dell’Ue27 (5,3 per cento) (2011). Nel 2012 il 43,1 per cento della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha conseguito la licenza di scuola media come titolo di studio più elevato; è un valore molto distante dalla media Ue27 (25,8 per cento) e inferiore solo a quelli di Portogallo, Malta e Spagna. In Italia il 17,6 per cento dei 18-24enni ha abbandonato gli studi prima di conseguire il titolo di scuola media superiore (12,8 per cento in media Ue), quota che sale al 21,1 per cento nel Mezzogiorno. I dati più recenti sul livello delle competenze dei 15enni prossimi alla fine dell’istruzione obbligatoria (indagine Pisa dell’Ocse) evidenziano per i nostri studenti performance inferiori alla media Ocse e a quella dei paesi Ue che partecipano all’indagine, ma confermano i segnali di miglioramento già evidenziati tra il 2006 e il 2009. Il 21,7 per cento dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio universitario (o equivalente). Nonostante l’incremento che si osserva nel periodo 2004-2012 (+6 punti percentuali), la quota è ancora molto contenuta rispetto all’obiettivo del 40 per cento fissato da Europa 2020. Popolazione in crescita grazie agli immigrati Prosegue la crescita della popolazione osservata a partire dagli anni Duemila, dovuta quasi esclusivamente ai movimenti migratori dall’estero. Al 31 dicembre 2012 i residenti sono 59 milioni 685 mila. A livello europeo, l’Italia si conferma il quarto paese per importanza demografica. Al 1° gennaio 2012 ci sono 148,6 anziani ogni 100 giovani. In Europa solo la Germania presenta un indice di vecchiaia più accentuato (155,8). La vita media delle donne è di 84 anni e mezzo, quella degli uomini di poco più di 79 anni, tra le più lunghe dell’Unione europea. Nel contesto europeo l’Italia si colloca tra i paesi a bassa fecondità, con 1,42 figli per donna secondo i dati del 2012. L’età media al parto continua a crescere, attestandosi a 31,4 anni. All’inizio del 2013 i cittadini stranieri iscritti nelle anagrafi dei comuni italiani sono quasi 4,4 milioni, pari al 7,4 per cento dei residenti (+8,3 per cento rispetto al 2012). Sul piano territoriale, la distribuzione degli stranieri residenti si conferma non uniforme, con la maggiore concentrazione nel Centro-Nord (quasi l’86 per cento degli stranieri).

    Il Sole 24 Ore – 12 febbraio 2014 

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