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L’eterno rinvio. Il doppio danno di riforme a metà

L’Italia è il Paese dell’eterno rinvio. Le riforme si fanno, ma se ne rimanda l’attuazione a un futuro lontano. Le leggi vengono approvate (anche troppe), ma non se ne controlla l’applicazione.

I tagli alla “casta” si annunciano, ma poi si trova sempre il modo di evitarli. Intanto si può affermare solennemente che i problemi sono stati risolti perché le riforme sono state approvate, le leggi sono state cambiate.

Questa mancanza di serietà, questo sottofondo di incultura civile fanno sì che, a livello governativo si possa parlare in modo assolutamente disinvolto di un piano per la crescita da prepararsi in pochi giorni, dopo anni di assenza di un vero dibattito sulla crescita. Come stupirsi della perdita di credibilità che ci caratterizza nel contesto internazionale? Come dar torto a chi, all’estero, afferma di non capire più il Paese?

In attesa che la situazione politica si chiarisca, l’avvitamento al quale assistiamo da tempo può forse essere spezzato da qualche sussulto di “buon governo” che riscatti almeno in parte la miopia e la meschinità.

La riforma delle pensioni – sempre negata da uno dei partiti della maggioranza come non necessaria perché «abbiamo già il miglior sistema previdenziale d’Europa» – può rappresentare un’occasione.

E questo forse più sul piano dell’equità tra le generazioni, problema non più rinviabile nel nostro Paese, che su quello della sostenibilità, un concetto caro ai mercati, ma estraneo alle famiglie e lontano dai loro problemi.

La riforma delle pensioni è oggi richiesta dalle condizioni di crisi in cui versa il paese. Come viene spiegato nell’articolo a pagina 2, la riforma rappresenta la tardiva correzione di un’ingiustizia commessa nel 1995, allorché un governo – di centrosinistra, per l’esattezza – adottò l’idea di cambiare radicalmente il sistema previdenziale, passando da una logica assistenziale e redistributiva a una logica assicurativa, equa, trasparente e non basata sul debito (altra tentazione perenne della politica italiana).

L’ingiustizia consistette nell’esonerare le classi di età intermedie e vicine al pensionamento dall’applicazione della nuova norma – quella che introduceva il metodo contributivo di calcolo delle pensioni – e ciò non tanto per il passato (l’intangibilità del passato è normalmente accettata in una riforma pensionistica) ma anche per il futuro. Si optò per una transizione di assurda lunghezza che soltanto una forte crescita dell’economia, con l’aumento parallelo della produttività, dell’occupazione e dei salari avrebbe reso sostenibile. L’economia ha invece ridotto quasi a zero il suo tasso di crescita, in alcuni anni innestando addirittura la marcia indietro; l’occupazione (soprattutto femminile) è rimasta al palo e il mercato del lavoro ha assunto, specie per le giovani generazioni, un carattere di inaccettabile precarietà.

Oggi, nonostante la classe politica sembri non accorgersene, e si gingilli talora in battute di inaccettabile volgarità, la situazione non consente più rinvii, non consente più di dire ad alcuni “tranquilli, le norme più severe che abbiamo introdotte non riguarderanno voi”. È per questo che la strada dell’uniformità è l’unica percorribile, proprio perché mette a nudo le aree di esclusione che invece continuerebbero a restare nascoste se venissero adottate nuove misure “sporadiche”, come quella che potrebbe riguardare l’aumento dell’età di pensionamento delle lavoratrici del settore privato o anche l’abolizione delle pensioni di anzianità.

Oggi ci vuole la regola contributiva per tutti, sulle anzianità future. Non debbono esserne esclusi i politici (e perché mai?), non debbono esserne esclusi i liberi professionisti, né i regimi speciali che ancora si annidano nell’Inps, o in certi ambiti elevati del pubblico impiego (magistrati, alti dirigenti). Una volta accettata la regola, si potrà discutere di eventuali eccezioni, che dovranno però riguardare – come deve avvenire in un sistema pubblico – soltanto i lavoratori sfortunati e non quelli privilegiati.

E magari si potrà anche discutere, data la gravità della crisi, di eventuali contributi di solidarietà (come quelli introdotti per due anni dalla manovra di agosto) applicati a quelle categorie che in passato hanno goduto delle regole più vantaggiose (anche sulla reversibilità) e alle quali sono stati pertanto elargiti consistenti e durevoli regali (una pensione grava sui contribuenti per molti anni). È chiedere troppo? In ogni caso, è sicuramente tardi, ma meglio tardi che mai

Ilsole24ore.com – 10 ottobre

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