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Italiani, curiosi al ristorante tradizionali nel far la spesa. Molta sperimentazione fuori casa, ma i prodotti preferiti sono a km zero

Daniele Marini. Il cibo è un elemento fondamentale della carta d’identità d’un paese. Ne rappresenta la cultura, le tradizioni, l’inventiva, il rapporto col territorio. Non costituisce solo l’elemento di sussistenza di una popolazione, è anche un momento di relazioni e rappresentazioni sociali. A tavola s’intessono accordi, si festeggia, si celebrano riti.

Il cibo è un momento d’incontro e di scambio. Non a caso, si evita di mangiare con chi si è in conflitto. Dunque, il cibo come identità e incontro. Come riconoscimento e valorizzazione delle proprie radici e, nello stesso tempo, metafora del dialogo fra culture diverse. Anche in questo senso Expo costituisce una straordinaria allegoria delle possibilità di incrociare culture, realtà e territori molto diversi e distanti fra loro.

La storia

A ben vedere la conoscenza di altre tradizioni attraverso il cibo è un’esperienza integrante della nostra storia. Grazie agli esploratori e ai commercianti, gli alimenti si sono poco alla volta diffusi nei diversi continenti. Ma è a partire dal secolo scorso, col crescere dei flussi migratori e dei commerci, che lo scambio si è intensificato. Senza considerare la grande quantità di trasmissioni dedicate alla cucina, i cui riverberi si ritrovano anche sulla crescente quota di giovani che s’iscrivono agli istituti alberghieri attratti dalla possibilità di diventare chef. Così, ormai nelle nostre città, anche quelle più piccole, non manca l’occasione di mangiare cibi da altri continenti: dal sushi al kebab al churrasco. Ed è sufficiente frequentare i locali etnici per sperimentare piatti di altri territori. Insomma, il cibo è forse la dimensione più glocale (globale e locale assieme) che possiamo sperimentare, un crocevia delle nostre identità.

A tavola

Ma sulle tavole di casa, come si comportano gli italiani? La ricerca di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa (Indagine LaST) ha sondato i connazionali quando fanno la spesa. Emerge un comportamento duplice. Da un lato, rilevando le preferenze culinarie si evidenzia un ampio ventaglio nelle predilezioni. La cucina mediterranea (22,2%) condivide il primato con quella sudamericana e caraibica (20,1%). Seguono, più distaccate, quella asiatica (13,2%) e africana (12,2%). Ma non mancano quella indo-thailandese (9,9%), l’araba-mediorientale (6,0%) e la nordeuropea (6,0%). Dunque, sotto questo profilo, gli italiani manifestano molta curiosità, anche se soprattutto al di fuori delle mura di casa. Infatti, quando si va a fare la spesa prevale nettamente un comportamento «patriottico». Molto spesso si scelgono prodotti alimentari tipici di un territorio o di una regione italiana (55,7%), quelli a Km 0 (33,6%) e con un marchio di qualità (DOP, IGP,…: 30,5%). Che un cibo sia biologico (18,9%) o solo vegetale (3,1%) interessa ancora una quota relativa. Dunque, sulla nostra tavola i cibi provenienti da altri contesti occupano uno spazio assai contenuto (4,2%).

La dimensione economica occupa un peso significativo sotto un duplice aspetto. C’è la dimensione equo-solidale ovvero l’attenzione che i prodotti siano rispettosi del trattamento economico dei produttori e dei lavoratori, sottolineata dal 28,9% degli interpellati. Il che mette in luce un’attenzione dei consumatori per i temi etici anche nel cibo. Poi c’è l’attenzione al contenimento dei costi, cioè l’economicità di un prodotto (25,0%). Su quest’ultimo aspetto si è cercato di cogliere la propensione degli italiani nei confronti dell’acquisto alimentare e se si privilegiasse maggiormente il costo o la qualità. Le risposte tendono a dividersi in tre profili. Il gruppo prevalente è dei «risparmiosi» (40,3%), gruppo caratterizzato soprattutto dalla componente femminile, dalle giovani generazioni e da quanti risiedono nel Centro-Sud. Seguono gli «equilibristi» (31,7%) che cercano un buon equilibrio nel rapporto qualità/prezzo e si annidano in particolare nella componente maschile, i cinquantenni, le casalinghe e chi ha un titolo di studio elevato. Infine i «qualitativi» (28,0%) che mettono l’accento soprattutto sulla dimensione qualitativa dei prodotti alimentari. In questo gruppo ritroviamo maggiormente i quarantenni, gli imprenditori e i dirigenti, chi risiede nel Nord e ha un elevato titolo di studio. Gli italiani e il cibo, quindi, mostrano sfaccettature diverse e fra loro complementari. Attenti a risparmiare, ma anche a cercare un giusto equilibrio fra qualità e prezzo. Curiosi e aperti a sperimentare esperienze di altre culture culinarie e identitari sulla tavola di casa. Il cibo è, a tutti gli effetti, un emblema dell’esperienza contemporanea: il glocale.

La Stampa -25 maggio 2015 

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