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Italiani tra i più tartassati d’Europa. Pressione fiscale vola al 44%. Consumi delle famiglie ai minimi dal ’97

acq1Di solito quando si scalano le classifiche è segno che c’è qualcosa di cui essere contenti. Ma non c’è proprio niente, per cui festeggiare, nelle posizioni guadagnate dall’Italia nella graduatoria della pressione fiscale e dei consumi. Con il peso del fisco passato dal 42,6% del 2011 al 44% del Pil nel 2012, ci comunica la Banca d’Italia, il nostro Paese «sale» dal quinto al quarto posto tra i Paesi dell’Eurozona e dalla settima alla sesta posizione nel complesso dei 28 Paesi Ue. E nello stesso giorno l’Istat fa sapere che i consumi hanno avuto, nel 2012, la caduta più forte dal 1997: la spesa media delle famiglie italiane è crollata del 2,8%, passando da una media di 24.88 euro al mese a 2419, ma con uno scarto di 1100 euro fra ricchi e poveri.

Altro primato poco lusinghiero nel campo del lavoro: in aumento le richieste di indennità di disoccupazione.

Il macigno delle tasse

L’Italia scavalca la Finlandia e si piazza al quarto posto tra i 17 Paesi dell’euro: il fisco è più pesante solo in Belgio (47,1%), Francia (46,9%), Austria (44,2%). Guardando più complessivamente all’Unione Europea, ci superano per imponenza del carico fiscale Paesi dove si pagano molte tasse ma è anche molto più ampio il welfare , come Danimarca (49,3%) e Svezia (44,6%). In Italia poi c’è anche la spesa che sale insieme alle tasse: nel 2012 è passata al 50,7% del Pil dal 50% del 2011, «colpa» del debito pubblico, che pesa per una parte importante. Eppure le entrate nelle casse dello Stato non migliorano: nei primi cinque mesi del 2013, comunica il Dipartimento delle finanze del Mef, le entrate erariali ammontano a 149.117 milioni, -0,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Al solito, ad aumentare sono le imposte dirette, come il gettito Irpef (+1,4%), mentre a scendere sono le indirette, come il gettito Iva (-6,8%). Il «pagare tutti per pagare meno» invocato dal direttore dell’Agenzia delle entrate Attilio Befera sembra lontano.

Il carrello si svuota

Per latte, formaggi e uova si spendevano 66 euro al mese: nel 2012 si è scesi a 62. Due anni fa si compravano 113 euro di carne, le famiglie l’anno scorso si sono limitate a 110. Per libri e attività culturali si tiravano fuori 105 euro, nel 2012 ci si è fermati a 100. E per curarsi, se prima c’erano 92 euro, il budget si è fermato a 88. Eccoli i tagli che la crisi ha rosicchiato ai consumi degli italiani, portandoli ai livelli più bassi da 15 anni a questa parte. Solo un’altra volta, nel 2009, l’Istat aveva rilevato una discesa nella spesa delle famiglie, ma allora il ribasso era dell’1,7% e l’inflazione allo 0,8%. Il Trentino Alto Adige è la regione con la spesa media mensile per famiglia più alta, 2.919 euro, 1.300 euro in più che in Sicilia.

Gli italiani, vessati da affitti (in media 403 euro al mese) e mutui (503 euro al mese), costretti a far fronte al caro benzina ed elettricità (che toglie altri 484 euro al bilancio mensile familiare) hanno risparmiato su abbigliamento (-10,3%), oggetti e servizi per la casa (-8,7%), ma soprattutto su prodotti alimentari: sei famiglie su dieci hanno diminuito quantità e qualità di quello che portano a tavola. Dai benestanti, che prima spendevano 3.477 euro al mese, ai più poveri, che si accontentavano di 987 euro, la stretta è trasversale: lo scontrino dei primi si è ridotto a 3.280 euro, quello dei secondi a 972. Sono quelli che probabilmente hanno infoltito la percentuale di chi va ai discount: il 12,3% rispetto al 10,5% del 2011. Un trend destinato a proseguire, se, come sostiene Coldiretti, i primi mesi del 2013 vedono già la spesa alimentare a – 3,4%. Neanche i saldi promettono bene: secondo Adusbef e Federconsumatori, le vendite caleranno dell’8-9%. L’unica consolazione resta la tazzina di caffè con lo zucchero: almeno per quella la spesa è stabile, 34 euro al mese.

Il travaso dei disoccupati

A giugno sono state autorizzate 90,8 milioni di ore di cassa integrazione: lo dice l’Inps, sottolineando una diminuzione del 4,9% rispetto ai 95,4 milioni di giugno dell’anno scorso. Ma c’è un dato parallelo che «desta maggiore preoccupazione», spiega Guglielmo Loy (Uil): è il forte aumento delle domande di disoccupazione e mobilità, +19,4%, che certificano la perdita dell’occupazione, nei primi 5mesi dell’anno, di oltre 600mila lavoratori. Segno di come «il travaso dalla cassa integrazione alla disoccupazione sia sempre più marcato».

Valentina Santarpia – Il Corriere della Sera – 6 luglio 2013 

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