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Jobs Act. Accordo sul contratto a tutele crescenti: cambia il lavoro a tempo indeterminato. Sarà possibile demansionare

dl-lavoro-258Per favorire l’occupazione stabile, alle nuove assunzioni si applicherà un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Per le prestazioni discontinue e occasionali in tutti i settori produttivi, si guarda ai mini jobs tedeschi attraverso l’incremento dei limiti di reddito e l’impiego dei voucher. Insieme a più flessibilità nelle mansioni e al superamento del divieto delle tecnologie di controllo a distanza, mediante la revisione delle discipline contenute nello Statuto dei lavoratori ferme agli anni 70. Sono principi contenuti nell’emendamento presentato ieri dal governo, d’intesa con il relatore Maurizio Sacconi (Ncd), all’articolo 4 del disegno di legge delega (meglio noto come Jobs act), all’esame della Commissione lavoro del Senato. Che dopo un lungo impasse, a causa delle divisioni interne alla maggioranza, si sblocca e sarà portato in Aula martedì prossimo per l’approvazione in prima lettura.

Il testo si limita a fissare i principi ma è nell’esercizio della delega che il governo punta a sostituire la reintegra con un risarcimento

La cornice di riferimento è lo Statuto dei lavoratori, la legge 300 del 1970, che il governo è delegato a riscrivere – con Dlgs da emanare entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge – in un testo unico semplificato delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro. «Vogliamo un mercato del lavoro più equo, dove tutti abbiano il giusto grado di opportunità e di tutele», commenta il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

Tra i criteri cui dovrà ispirarsi l’intervento del governo si fa riferimento alle nuove assunzioni da fare con contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti, ovvero in base all’anzianità di servizio. Così come formulato l’emendamento presenta margini di ambiguità, visto che l’interpretazione di una parte del Pd (sospensione temporanea dell’articolo 18) non coincide con quella dell’area centrista della maggioranza (cancellazione dell’articolo 18). Tuttavia la posizione di Renzi sul punto è ormai nota: il premier punta a sostituire, in caso di licenziamento, la reintegra con il pagamento di un indennizzo. Una volta ottenuto il via libera del Parlamento il governo potrà esercitare la delega, intervenendo proprio in questa direzione.

È quindi ormai una certezza che non verrà creata una nuova tipologia contrattuale (come proponeva originariamente il Pd con il contratto di inserimento a tutele crescenti). In cambio è stata trovata una mediazione tra il governo e il relatore, il cui frutto è rappresentato dalla decisione di cancellare l’articolo 18 solo alle nuove assunzioni fatte con i contratti a tempo indeterminato, che in caso di licenziamento illegittimo otterranno un indennizzo economico crescente in base all’anzianità di servizio. Si sancisce così un doppio regime tra nuovi e vecchi contratti, salvaguardando i diritti acquisiti dai lavoratori che finora hanno goduto della protezione dell’articolo 18, ai quali continuerà ad essere applicato.

«Piena soddisfazione» è espressa da Sacconi che sottolinea come nella revisione dello Statuto siano state «raccolte le richieste dei moderati dell’area di governo», riconoscendo il «coraggio» di Renzi: «Gradualmente, esaurendosi i contratti in essere, il nuovo contratto a tempo indeterminato a regime sarà per tutti quello ipotizzato – spiega il relatore che presiede la Commissione lavoro del Senato –. È evidente che nel contratto tipico che ha oggi oltre l’80% degli italiani, la progressività della tutela non potrà che essere un indennizzo proporzionato al tempo trascorso nell’impresa».

L’emendamento guarda all’esperienza dei mini jobs della Germania indicando tra i contenuti di delega l’estensione del ricorso a «prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali in tutti i settori produttivi», elevando i limiti di reddito attualmente previsti e assicurando la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati. Altra novità, l’introduzione sperimentale del compenso orario minimo, per i rapporti di lavoro subordinato, di collaborazione coordinata e continuativa, in settori non regolati da contratti collettivi. Bisognerà, però, prima consultare le parti sociali più rappresentative. (Il Sole 24 Ore)

Gli altri interventi sullo Statuto. Si apre la strada alle deroghe sulle mansioni per renderle più flessibili

Revisione della disciplina delle mansioni per renderle più flessibili (modificando le rigidità dell’attuale articolo 2103 del codice civile). Aggiornamento dei controlli a distanza dei lavoratori in modo da tener conto «dell’evoluzione tecnologica» (seppur nel rispetto delle esigenze di impresa e dipendente).

Nell’emendamento del governo all’articolo 4 del ddl delega sul «Jobs act», depositato ieri in commissione Lavoro del Senato, si indica la strada per una revisione anche di altre norme dello Statuto dei lavoratori (è datato 1970). Non solo quindi articolo 18 e protezioni crescenti.

Sul fronte delle mansioni l’attuale articolo 13 della legge 300 (che modifica l’articolo 2103 del codice civile) immagina carriere professionali ingessate e che possono solo crescere (ammette infatti solo la mobilità professionale orizzontale, cioè mansioni equivalenti, o in verticale, cioè superiori) e punisce con la sanzione della «nullità» se si scende a mansioni inferiori. Alcune previsioni legali, nel tempo, (per esempio per lavoratrici madri, invalidi e lavoratori in esubero prossimi al licenziamento) hanno previsto deroghe (al divieto di assegnare a mansioni inferiori) e anche la giurisprudenza è incline a considerare legittimi accordi collettivi e individuali in deroga alla previsione dell’articolo 2103 del codice civile con il consenso dell’interessato e se ciò risponde alla esigenza di garantire una occupazione. Ma il quadro che ne esce è estremamente caotico e penalizzante per le imprese.

Da qui la proposta di semplificazione avanzata dal governo: si apre alla revisione della disciplina delle mansioni, purché «si contemperino l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale nei casi di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro». E, inoltre, «prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento» (ciò per evitare di retrocedere un quadro a facchino). Questo è un criterio di delega (va quindi tradotto normativamente in un decreto delegato). «Ma la disposizione è certamente interpretabile in modo ampio – ha commentato Arturo Maresca, ordinario di diritto del lavoro alla Sapienza -. E quindi si potrà procedere alla revisione delle mansioni non solo in sede di contrattazione collettiva, anche aziendale, ma pure in sede di patti individuali assistiti datore-lavoratore».

Del resto, la ratio del criterio di delega messo nero su bianco dal governo «non può che andare in una direzione di modifica dell’articolo 2103 del codice civile per rendere più flessibile la disciplina delle mansioni», ha aggiunto il giuslavorista Stefano Salvato dello studio legale di Roma Ghera e associati. Anche perché, ha spiegato Salvato, «è vero che una parte della giurisprudenza ammette deroghe (condizionate) al “demansionamento”. Ma si può sempre trovare un giudice rigoroso che fornisce una diversa interpretazione, e quindi per l’impresa l’incertezza (e i rischi) sono elevatissimi».

Del resto la globalizzazione, l’innovazione tecnologica e organizzativa, e la crisi finanziaria stanno rivoluzionando i modelli produttivi e di organizzazione del lavoro modificando compiti e mansioni concretamente assegnate al lavoratore. Una segnale in questa direzione è arrivato dal recente decreto Madia sulla Pa che ha ammesso, per salvaguardare il posto, la possibilità di “demansionare” il lavoratore fino a un livello inferiore.

E la stessa logica di aggiornamento dello statuto dei lavoratori è dietro pure all’indicazione di rivedere la disciplina dei controlli a distanza (articolo 4 della legge 300 che oggi vieta o limita tantissimo l’uso di impianti audiovisivi o di altre apparecchiature per il controllo a distanza dei lavoratori). Si tratta di una norma emanata in tempi e con riferimento a un contesto tecnologico e produttivo tipico delle aziende degli anni ’70 (completamente diverso da quello odierno). Peraltro anche il Garante della privacy ha emanato, negli anni, diverse direttive per regolare le modalità di controllo dei dipendenti.

Ora il governo punta a intervenire. Apre alla revisione della materia che tenga conto «dell’evoluzione tecnologica». Ma che non trascuri «le esigenze produttive e organizzative dell’azienda» e «la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore». (Il sole 24 Ore)

Jobs act, ora il governo smantella il divieto di demansionamento. Resta il nodo articolo 18

renzi poletti caffeIl testo normalizza il contratto a tutele crescenti per i neo assunti e l’estensione del salario minimo ai co.co.co. Resta il nodo articolo 18. Mentre i fari sono puntati sull’articolo 18, il governo Renzi prova a scardinare uno degli ultimi tabù sindacali, il divieto di demansionare un dipendente. Un emendamento del governo all’articolo 4 della delega sul lavoro depositato dall’esecutivo in commissione Lavoro al Senato prevede infatti la possibilità, finora impensabile, che un’azienda proceda al demansionamento di un dipendente in alcuni casi e con “limiti alla modifica dell’inquadramento“. L’emendamento prevede altresì che il governo sia delegato ad adottare uno o più decreti legislativi finalizzati anche a “una revisione della disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento”.

Una novità senz’altro ghiotta per le imprese dopo l’antipasto del contratto a tempo indeterminato “atutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio” per i neoassunti, anch’esso introdotto da un emendamento governativo all’articolo 4 sul riordino delle forme contrattuali che punta su questa nuova formula, inizialmente opzionale, per l’inserimento senza scadenza nel mondo del lavoro, i cui confini verranno definiti in un decreto delegato del governo che stabilirà i tempi di introduzione delle tutele che nel tempo dovrebbero essere incrementate fino a raggiungere gli stessi livelli degli attuali.

Sul fronte dei contratti di consulenza e simili, invece, è stata prevista l’estensione del salario minimo ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.), con l’introduzione del “compenso orario minimo“. Nei due o più decreti legislativi che il governo dovrà emanare entro sei mesi dalla data in vigore della legge delega, si legge nel testo dell’emendamento, è infatti prevista “l’introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano sociale”.

L’emendamento dell’esecutivo conferma poi un’altra delicatissima revisione dell’articolo 4 delloStatuto dei lavoratori, quello del divieto di controllo a distanza dei dipendenti che viene superato. Il provvedimento del governo è frutto di un accordo di maggioranza che doveva superare l’articolo 18. Questa eventualità non è espressamente indicata nella delega e sarà quindi valutata dal governo. In pratica una mossa per evitare la possibilità paventata martedì dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi di un intervento legislativo d’urgenza qualora il Parlamento non avesse rispettato i tempi di approvazione del ddl. La commissione Lavoro del Senato riprenderà l’esame della delega sul lavoro, con la votazione dell’emendamento del governo, alle 9.00 di giovedì. La seduta prevista nel pomeriggio di mercoledì è stata sconvocata, a causa dei lavori dell’aula. Il via libera alla delega è previsto entro la settimana, e da martedì il provvedimento sarà all’esame dell’assemblea. (Il Fatto quotidiano)

Nuovi contratti, Renzi supera l’art. 18. Emendamento del governo alla legge: ci saranno tutele crescenti e il compenso orario minimo

Paolo Baroni. Detto fatto. Dopo l’affondo di Matteo Renzi, martedì in Parlamento, ieri il governo ha depositato in Senato l’emendamento all’articolo 4 della legge delega sul mercato del lavoro. La modifica apre di fatto la strada al superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che disciplina i licenziamenti senza giusta causa: le nuove assunzioni a tempo indeterminato, in un futuro prossimo, verranno fatte con contratti a tutele crescenti in base all’anzianità di servizio. Rispetto alla versione precedente del testo, che indicava questa come una delle possibili opzioni, adesso la nuova formulazione è più netta e prevede esplicitamente «per le nuove assunzioni» il nuovo modello contrattuale.

In pratica un neo-assunto, come un disoccupato che dovesse trovare un nuovo impiego, non avrà da subito diritto alle stesse tutele garantite dagli attuali contratti stabili, ma le otterrà gradualmente. E in caso di interruzione del rapporto avrà diritto ad un indennizzo tanto più alto quanto più lunga sarà stata la durata del suo contratto.

«Dobbiamo dare regole che siano sostanzialmente uguali per tutti», ha ripetuto ieri il presidente del Consiglio durante la sua visita alla redazione de La Stampa a Torino. E poi occorre prestare più attenzione nei confronti delle donne: «Oggi non tutte le lavoratrici hanno la maternità. Dobbiamo garantirla anche a chi ha la partita Iva o a chi non è coperto dalle casse delle categorie». Per il premier il modello da seguire è quello della flexsecurity danese, non certo quello spagnolo fatto di salari bassi e disoccupazione al 25%, per cui intervenire sull’articolo 18 significa anche prendersi cura del lavoratore nel momento in cui esce dal mercato del lavoro. «Noi dobbiamo lanciare un messaggio chiaro a investitori e mercati finanziari. Il concetto di fondo è che noi dobbiamo liberare la possibilità di assumere e, per chi non ce la fa, non avere le rigidità che ha avuto il mercato del lavoro fino a oggi».

Le novità, scaturite al termine di una riunione mattutina governo-maggioranza che sembra aver messo tutti d’accordo, prevede a tutti gli effetti un forte intervento di semplificazione della disciplina dei contratti di lavoro, e la revisione di altri due punti particolarmente delicati dello Statuto, dal superamento del divieto (art. 4) delle tecniche di controllo a distanza all’articolo 14, che introduce di fatto la possibilità di demansionamento da parte delle aziende.

Si ipotizza poi l’introduzione, «anche in forma sperimentale», del compenso orario minimo per subordinati e collaboratori dei settori non regolati dai contratti collettivi. Come pure la possibilità di estendere a tutti i comparti produttivi il voucher finora destinato alle prestazioni di lavoro accessorio (colf, baby sitter ecc) «aumentando gli attuali limiti di reddito».

L’emendamento al «Jobs act», ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, «punta a rendere possibile una rapida approvazione del disegno di legge delega». Sia il presidente della commissione Lavoro, Maurizio Sacconi (Ncd), che il vice Stefano Lepri (Pd), confermano che a questo punto il cammino della legge dovrebbe essere in discesa nonostante i 60 subemendamenti (nessuno a firma Pd). Ai sindacati, dalla Cgil alla Fiom sino alla Uil, le novità invece non piacciono e già si parla esplicitamente di possibili mobilitazioni unitarie. Più cauto Bonanni della Cisl che si dice pronto a scioperare, ma per «far sentire la voce dei sindacati sui crisi, fisco e pensioni». Tranchant invece Susanna Camusso: «L’articolo 18 rappresenta uno scalpo per i falchi dell’Unione europea».

La stretta decisiva è attesa per oggi, quando l’emendamento andrà in votazione in commissione Lavoro. L’approdo in aula è previsto per martedì 23, mentre il voto finale è atteso per i primi di ottobre. Ieri Renzi ha insistito di nuovo molto sul fattore-tempo. Per lui «entro il 15 ottobre deve essere chiaro qual è l’iter normativo». Altrimenti scatta il decreto. (La Stampa)

18 settembre 2014 

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