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La busta delle pensioni. Da ieri l’invio delle lettere arancioni dell’Inps che indicano l’età del ritiro e l’importo dell’assegno. L’allarme dei sindacati

Dopo anni di annunci, le prime 150 mila «buste arancioni» stanno arrivando in queste ore ad altrettanti lavoratori. Le lettere fanno parte delle 7 milioni di missive intitolate «La mia pensione» che contengono le simulazioni previste dall’Inps su quando una fetta di italiani potrà lasciare il lavoro e con quale importo. In questo modo l’Istituto vuole fornire ai contribuenti quelle informazioni necessarie per accrescere la consapevolezza sull’assegno pensionistico e poter così programmare il futuro. Il progetto, che dovrebbe chiudersi entro quest’anno, è stato fortemente voluto dal presidente Tito Boeri.

La «busta arancione», che prende il nome dall’analoga iniziativa nata nei Paesi scandinavi, la riceveranno coloro che non sono già muniti del pin dell’Inps o dello Spid , cioè il «Sistema unico di identità digitale», che è la password unica per l’accesso online ai diversi servizi della Pubblica amministrazione. Gli invii coprono tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud. Non c’è un identikit del destinatario, le spedizioni sono casuali e tra chi le riceverà ci potrà essere tanto il lavoratore vicino al raggiungimento dei requisiti, che potrà così confrontare i suoi calcoli con quelli dell’Istituto di previdenza, quanto il giovane, che magari non ha mai pensato seriamente all’assegno futuro.

Ma che cosa contiene questa lettera? Chi la troverà nella cassetta della posta scoprirà che è formata da tre pagine dove viene descritta la storia contributiva del cittadino, il consiglio a controllare l’estratto conto contributivo, la previsione della data per terminare il lavoro e soprattutto l’importo dell’assegno pensionistico mensile e del rapporto tra busta paga e quanto si avrà in tasca una volta andati a riposo. Le proiezioni sono basate su parametri fissi, come il Pil, visto in crescita dell’1,5% annuo.

Intanto ieri è anche arrivata dal ministero del Lavoro la smentita ufficiale sul fatto che il governo, contrariamente alle ricorrenti voci circolate per settimane, non ha alcuna intenzione di tagliare le pensioni di reversibilità: «Non è previsto nessun intervento di razionalizzazione delle prestazioni di natura previdenziale, a partire dalle pensioni di reversibilità», annunciano dal dicastero precisando che è stato predisposto uno specifico emendamento al disegno di legge delega contro la povertà. La modifica predisposta dal governo propone, infatti, la soppressione del riferimento alla razionalizzazione «di altre prestazioni anche di natura previdenziale, sottoposte alla prova dei mezzi», frase che aveva innescato il timore di «sforbiciate» sugli assegni di reversibilità.

Di certo il presidente dell’Inps ha più volte sollecitato il governo a promuovere una riforma del settore, puntando il dito sulla «flessibilità in uscita» e sulla necessità di cambiare la «legge Fornero». Le pressioni di Boeri hanno innescato inevitabili polemiche e qualche mal di pancia nell’esecutivo che comunque, consapevole dell’importanza che questa materia riveste nell’opinione pubblica, ha rinviato ogni decisione alla legge di Stabilità 2017. A preoccupare l’esecutivo è la necessità di trovare una copertura finanziaria adeguata alla vastità del problema: infatti tra le ipotesi di flessibilità circolate, alcune costerebbero alle casse pubbliche cifre al momento insostenibili (si parla di somme tra i 5 e i 7 miliardi l’anno). Per il segretario generale Uil, Carmelo Barbagallo, la busta arancione è «un azzardo», perché «chi riesce a prevedere cosa succede tra 20 anni?». Secondo la leader della Cisl, Annamaria Furlan, invece, «il vero tema» è riformare la «legge pensionistica».

Francesco Di Frischia – Il Corriere della Sera – 27 aprile 2016

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