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La Cgil spera di neutralizzare il Jobs act con i contratti. Anche nel 2015 le sigle sindacali in ordine sparso. E in cerca di una strategia

Giovedì sera, davanti all’ambasciata francese, Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo si sono appartati e hanno parlato a lungo. Presenti in piazza Farnese per guidare le delegazioni della Cgil e della Uil alla fiaccolata in memoria dei morti della strage nella redazione di Charlie Hebdo, i due segretari generali hanno ragionato anche su come impostare l’azione sindacale dopo lo sciopero generale del 12 dicembre.

Pare di capire che l’orientamento sia di non proclamare subito altri scioperi generali, ma di cambiare strategia. Il Jobs act, del resto, è passato e ora bisogna fare i conti con i decreti attuativi della legge, a partire da quello sul contratto a tutele crescenti che manda in soffitta l’articolo 18.

La Cgil punta su un ventaglio di contromisure. Oltre quelle già annunciate, che vanno dai ricorsi alla magistratura per arrivare alla Corte costituzionale ai ricorsi a Bruxelles e alla Corte europea di giustizia, la Cgil batterà anche la strada degli accordi contrattuali e aziendali per aggirare le nuove norme sui licenziamenti, «come si faceva — spiegano — negli anni Cinquanta e Sessanta, prima dello Statuto dei lavoratori».

Secondo Cgil e Uil, lo sciopero generale un certo effetto comunque lo ha avuto, concorrendo al calo di consensi del premier Matteo Renzi segnalato da diversi sondaggi che, invece, registrerebbero un aumento dei giudizi positivi verso i sindacati che si sono opposti al governo. «Di 3-4 punti», dicono soddisfatti in Cgil.

Ora però si tratta di andare avanti. E qui Camusso e Barbagallo vorrebbero recuperare l’unità d’azione con la Cisl, che si è rotta proprio sulla decisione dello sciopero generale. Giovedì sera Annamaria Furlan non c’era a piazza Farnese (la delegazione della Cisl era guidata dai segretari confederali Beppe Farina e Maurizio Bernava) e quindi un eventuale scambio di idee con il segretario della Cisl è rinviato.

In teoria le tre confederazioni potrebbero ricompattarsi se il governo dovesse affondare il colpo sul pubblico impiego, rendendo più semplici i licenziamenti per motivi disciplinari. Mossa che vede i sindacati contrari, tanto più che sta per partire la campagna elettorale per il rinnovo delle rappresentanze sindacali unitarie in tutta la pubblica amministrazione. Al voto, che si terrà il 3-4-5 marzo, sono chiamati circa 3 milioni di dipendenti pubblici, che anche l’ultima volta, nel 2012, hanno votato in massa per Cgil, Cisl e Uil.

In realtà, prive della contrattazione, sia a livello pubblico dove c’è il blocco deciso dal governo, sia a livello privato, dove l’inflazione zero e la crisi economica non offre margini di manovra, le centrali sindaca vedono ridursi pericolosamente il loro spazio di azione. E sembrano destinate, anche nel 2015, a muoversi in ordine sparso. Da un lato la Cgil, concentrata sulle misure per contrastare il nuovo contratto a tutele crescenti. Dall’altro la Cisl, che si impegnerà per trovare un canale di dialogo col governo e riaprire la contrattazione, a partire dal pubblico impiego. In mezzo la Uil di Barbagallo che in questa fase è più vicina al movimentismo della Cgil.

Corriere Economia – 12 gennaio 2015

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