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La Cina apre ai prosciutti italiani. Ammesse le produzioni suine sottoposte a cottura e quelle stagionate 313 giorni

Benefici diretti per Parma e San Daniele, mortadella cotto e porchetta. La prossima sfida sull’ok alle carni fresche di maiale. Regalo di Natale dei cinesi al made in Italy alimentare. Cinque prosciuttifici sono stati finalmente autorizzati ad esportare i loro prodotti in Cina, la lista è stata varata a ridosso del weekend e appena pubblicata sul sito dell’ente certificatore Aqsiq ( http:// jckspaqj. aqsiq. gov. cn/ xz/spxz/201303/P0201412105895 40708026.doc).

Brianza Salumi, Salumi Visetti, Leoncini, Agricola Tre Valli e Felsineo sono i marchi apripista di altre realtà italiane che, se lo chiederanno, potranno ricevere gli ispettori cinesi nei loro stabilimenti e, in caso positivo, ottenere l’autorizzazione all’export. Cade così, almeno in parte, una barriera che finora aveva impedito ai nostri prodotti di qualità di arrivare sulla tavola dei cinesi, la ricerca sugli scaffali dei grandi magazzini cinesi anche aperti ai prodotti importati poteva rivelarsi un’attività altamente frustrante.

Una fetta di cotto o un etto di mortadella? Un miraggio, un sogno proibito. E non certo perché ai cinesi non piacciano questi prodotti, anzi. Il loro gusto si sta sempre più orientando ad apprezzare i prodotti occidentali, inclusi i salumi di produzione italiana. La trattativa con Aqsiq relativa ai bandi sulla carne è stata ed è ancora estenuante. Per la carne bovina la documentazione tecnica è stata presentata, ma la rimozione del bando richiede uno stretto coordinamento con il ministero dell’agricoltura cinese.

Per la carne suina invece il percorso è stato a tappe, si è puntato ad allargare la tipologia di prodotti da immettere sul mercato cinese (prosciutto maturato a 313 giorni e carne suina trattata termicamente). Adesso questa prima apertura del mercato cinese vale per un pugno di stabilimenti autorizzati all’ esportazione di prodotti a base di carne suina trattata termicamente (prosciutto, mortadella, porchetta) e stagionata a 313 giorni (è il caso di prosciutto crudo di Parma e San Daniele).

Il prossimo grande obiettivo è quello di aprire alle carni suine fresche, per farlo l’idea e’ di utilizzare il concetto di macroregione, ad esempio quella del Nord Italia, già accettata da altri Paesi. Il meccanismo renderebbe più facile la certificazione per l’intera area omogenea di produzione. I cinesi hanno chiesto una particolare certificazione rilasciata da un ente veterinario sovranazionale, a riprova della loro attitudine a utilizzare le analisi come una sorta di filtro all’ingresso di certi prodotti. Alcune malattie sarebbero ancora presenti in certe aree dell’Italai e la Cina vuole essere assolutamente sicura che la carne importata sia di qualità ineccepibile.

Ma si cerca anche di aumentare il numero dei macelli italiani autorizzati a lavorare con i prosciuttifici che esportano gia’ in Cina, per far inserire un consistente numero di stabilimenti per la lavorazione della carne suina nelle liste degli stabilimenti autorizzati all’ esportazione. Arrivare a una totale apertura in tempi brevi non sarà facile, le autorità italiane presenti e attive qui a Pechino hanno sfoderato finora tutte le armi possibili per convincere i cinesi ad aprire le frontiere e a rendere meno asfissianti i controlli. Cercando anche di districarsi tra i troppi enti, spesso in concorrenza tra di loro, che devono rilasciare le autorizzazioni alimentari e per la sicurezza dei prodotti. Fatto sta che alla prima edizione di World of Food organizzata dalla Fiera di Colonia con le autorità cinesi della Camera di commercio qualche settimana fa al padiglione italiano a degustare i salumi made in Italy c’era la fila più lunga. Il mercato adesso potrà davvero iniziare a soddisfare la domanda di prodotti importati dall’Italia.

Il Sole 24 Ore – 16 dicembre 2014 

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