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La Commissione teme per le riforme. Ma tra gli anti-establishment è festa.  L’appello dell’Ue: fate un governo il prima possibile, fiducia in Mattarella

Lo choc per i risultati. Il timore per le conseguenze. E il sentimento di essere in qualche modo tra le cause della rabbia italiana esplosa nelle urne. Il risveglio post-voto in Europa è da incubo. Si è materializzato «lo scenario peggiore» che Jean-Claude Juncker aveva ventilato il 22 scorso in quella sua dichiarazione-gaffe. «Più parla, più guadagno consensi», lo ha sbeffeggiato ieri Matteo Salvini.

Nel palazzo della Commissione europea evitano di cadere nella provocazione. «Non commentiamo le dichiarazioni di Salvini», dice il portavoce dell’esecutivo. Che prova a ostentare – a fatica – tranquillità. «Manteniamo la calma e andiamo avanti», risponde a chi gli chiede se il timore di una reazione dei mercati sia reale. Ma l’invito a mantenere la calma è tipico di chi si sente salire il panico. E allora ci si rifugia nell’ovvietà istituzionale che vede la massima «fiducia nelle capacità di Mattarella di consentire la formazione di un governo stabile». La dichiarazione preparata dalla Commissione accenna poi al fatto che «l’Italia ha un governo, guidato da Gentiloni, con cui collaboriamo strettamente». Un augurio di lunga vita a questo esecutivo? Non proprio.

A Bruxelles sanno benissimo che i margini di manovra dell’attuale premier sono chiaramente limitati. Per questo il vicepresidente della Commissione, Jyrki Katainen, lancia un invito. «Mi auguro che ci sia un governo il prima possibile». Lo sussurra senza troppa enfasi tra i tavolini della caffetteria del Palazzo Berlaymont, senza alcuna voglia di entrare nel dibattito politico italiano. A Bruxelles temono che una parola di troppo possa scatenare reazioni contrarie. Anche da Berlino, comunque, arriva lo stesso appello di Katainen. Il portavoce di Angela Merkel ha espresso il desiderio di un «governo stabile per il benessere del Paese e dell’Europa». Che non vuole essere bloccata dai ritardi italiani.

Ma al di là degli scenari, in Europa ci si interroga anche sulle ragioni del voto. Sulle cause che hanno portato uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea ad avere metà dei suoi elettori schierati per formazioni euro-scettiche. Secondo Emmanuel Macron ha giocato un ruolo-chiave la pressione migratoria. La sua ministra agli Affari Ue, Nathalie Loiseau, dice che gli italiani «si sono sentiti abbandonati dall’Unione europea». Sul fronte opposto, hanno buoni motivi per esultare i leader delle formazioni anti-Ue come il britannico Nigel Farage («Grandiosa avanzata dei partiti euroscettici e anti-establishment»), l’olandese Geert Wilders («Congratulazioni a Matteo Salvini») o la francese Marine Le Pen («È il risveglio dei popoli»). Gongola anche Steve Bannon, l’ex consigliere di Donald Trump che in questi giorni è impegnato in una tournée europea per stringere legami con le formazioni populiste: «Il voto in Italia – ha detto alla rivista svizzera “Weltwoche” – è un forte segnale alla classe politica di Roma e soprattutto di Bruxelles. La gente vuole un cambiamento». Per il viceministro degli Esteri polacco, Konrad Szymanksi, «l’Ue deve fare autocritica».

La Stampa – 6 marzo 2018

 

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