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La deflazione entra nel paniere. L’ultimo coefficiente per la rivalutazione degli importi passati risente della dinamica inflazionistica negativa ed è sceso sotto la parità

Immaginate di dover utilizzare la tabella sulla rivalutazione dell’euro nella vita di ogni giorno. Se foste alle prese con l’acquisto di un bene o servizio, il vostro ipotetico “potere d’acquisto” farebbe registrare una crescita. Minima, è vero, ma ciò che nel 2014 avremmo comprato con mille euro, oggi sarebbe accessibile con 999. Un caffé risparmiato. Al contrario, qualora dovessimo ricevere il primo stipendio dell’anno, i mille euro in busta paga del 2014 sarebbero uno in più rispetto a oggi. Un caffè perso.

A prima vista, l’ultima elaborazione dell’Istat con i coefficienti per l’aggiornamento dei valori storici della moneta segnala che l’indice è sceso sotto la parità, ossia 0,999. Probabilmente è anche colpa della deflazione, visto che l’inflazione Foi al netto dei tabacchi (sulla quale è calcolato l’indice per la rivalutazione dei valori storici) ha inanellato il terzo anno consecutivo di rallentamento, terminando il 2015 con una riduzione media annua dello 0,1 per cento.

Ma a che cosa serve e come si utilizza la tabella che tradizionalmente l’Istat elabora a gennaio? «Ebbene, i coefficienti che vengono elaborati per ogni anno dal 1861 fino all’anno appena concluso – spiega Federico Polidoro, responsabile del servizio prezzi al consumo dell’Istat – servono ad attualizzare gli importi relativi a una certa data, tenuto conto dell’inflazione registrata in quell’arco di tempo. Quanto all’utilizzo, si moltiplica la cifra per il coefficiente dell’anno in questione e, qualora si tratti di importi espressi in lire, si dividerà il valore ottenuto per 1.936,27. Per citare esempi pratici, le variazioni dell’indice Foi al netto dei tabacchi sono utilizzate per l’aggiornamento degli assegni di mantenimento, i canoni d’affitto così regolati o altre spettanze arretrate». Per esempio (si veda la tabella a fianco), una lira del 1900 oggi equivarrebbe a 8.672 lire, quasi novemila volte tanto (4,5 euro) e cento lire del 2000 oggi varrebbero quasi un terzo in più (131 lire, pari a 0,07 euro).

I coefficienti dell’Istat indicano, quindi, come si è mosso il valore della valuta nel tempo, ma i prezzi di alcuni beni e servizi non si sono tutti attenuti alla dinamica dell’inflazione: alcuni hanno seguito un trend parallelo, altri se ne sono allontanati in modo differenziato, secondo le leggi del mercato, la congiuntura, altre variabili micro e macro-economiche o, anche, il miglioramento dell’offerta in fatto di tecnologia, disponibilità, gamma ed efficienza.

Dai coefficienti si possono trarre alcune indicazioni congiunturali. Per esempio, i carburanti, prodotto più che mai soggetto alle variabili macro-economiche. La benzina verde nel 2015 è scesa a una media di 1,538 euro/litro (fonte Unione petrolifera italiana): per trovare un prezzo analogo bisogna andare indietro di circa trent’anni, al 1987, quando per un rifornimento si pagavano circa 0,687 euro/litro, che corrispondono a 1,535 di oggi. Allora però la differenza rispetto al diesel era più marcata: questo tipo di carburante costava 0,338 euro (praticamente la metà rispetto alla benzina), pari a 0,775 euro di oggi, quando in media ce ne vogliono 1,406. La convenienza rispetto alla verde non è quindi più quella di una volta.

Un altro esempio, la casa. Prendiamo un alloggio di 100 metri quadrati a Roma comprato nel 2007 a 470mila euro (calcoli basati sul prezzo medio nominale al mq rilevato da Scenari immobiliari). Se oggi lo si rivendesse a 500mila euro, il guadagno sarebbe solo apparente. Infatti, la cifra spesa nel 2007, attualizzata (coefficiente 1,131) corrisponde a 531.500 euro di oggi. Ma la cessione sarebbe comunque un affare, visto che per colpa della crisi il prezzo medio di vendita si aggira attualmente sui 415mila euro.

Rossella Cadeo – Il Sole 24 Ore – 25 gennaio 2016

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