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    Home»Notizie ed Approfondimenti»La difficile missione degli esperti nominati da Napolitano. Reazioni fredde
    Notizie ed Approfondimenti

    La difficile missione degli esperti nominati da Napolitano. Reazioni fredde

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche1 Aprile 2013Nessun commento5 Minuti di lettura
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    Saggi da martedì al lavoro tra la diffidenza crescente di quasi tutte le forze politiche. Pdl: «Dieci giorni per riferire». Solo i centristi condividono in pieno la scelta di Napolitano

    Si annuncia tutto in salita il lavoro dei 10 esperti che dovrebbero definire proposte operative in materia istituzionale ed economica utilizzabili da subito o come base condivisa per un futuro governo. Oltre all’assoluta novità istituzionale che ha fatto parlare addirittura di «presidenzialismo di fatto» sono le reazioni delle forze politiche a preoccupare.

    SCETTICISMO – Se Grillo definisce i saggi dei «badanti della democrazia» Fabrizio Cicchitto, per il Pdl, concede loro un tempo massimo di dieci giorni per convincere gli italiani della loro utilità. Ancora più netta Daniela Santanchè che per i saggi auspica «un lavoro brevissimo anche perché di tempo non ce ne è più». Ma scettico si mostra anche il Pd. L’ex segretario Dario Franceschini parla di «soluzione utile, che può aiutare, ma che non può essere sostitutiva del luogo in cui certe decisioni si devono prendere, ovvero il Parlamento, nè mi pare una soluzione risolutiva». Anche

    I CENTRISTI – Solo i centristi sembrano pienamente in sintonia con Napolitano. «La soluzione trovata dal Presidente della Repubblica è stata dettata dalla straordinarietà della situazione del Paese -afferma Giuliano Cazzola di Scelta Civica- Quelli che ne prendono le distanze dovrebbero spiegare quali altre soluzioni erano possibili. Di certo è stato opportuno aver rivitalizzato il governo Monti, che ha ben governato nella passata legislatura e che resta sicuramente un esecutivo migliore e più serio di quello a cui pensava Pier Luigi Bersani». Quanto alla scelta dei saggi è «la conseguenza di un Parlamento paralizzato dai veti reciproci. Poi, può essere preso sul serio un Parlamento pieno di grillini?». Corriere.it

    Saggi «dimezzati»

    di Lina Palmerini. C’è chi dice che nascono ma quasi morti. Chi cerca toni più gentili parla di sabotaggio e di manovra per azzopparli subito e impedire un tentativo di accordo sulle cose da fare, ossia, provvedimenti economici e riforme istituzionali. E, dunque, se Pd e Pdl sparano contro quel minimo di embrione creato da Giorgio Napolitano per fare intese, vuol dire che scelgono l’altra via: lo scontro. Soprattutto il Pdl sembra si sia posizionato su questa strada visto che sin dal’inizio è stato cauto nell’appoggiare i due gruppi di lavoro mentre il Pd apriva. E la cautela del Cavaliere si è trasformata in gelo assoluto nel giro di poche ore, da quando sono cominciate le bordate contro i saggi lanciate da Renato Brunetta e Fabrizio Cicchitto. A quel punto pure il Pd ha cominciato a prendere le distanze e ora siamo quasi al punto di prima, cioè senza una soluzione in campo se non quella di avviare le danze per la battaglia finale sull’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Il fatto è che Napolitano aveva creato questi due gruppi di saggi proprio per dare ai partiti un luogo per avvicinare le posizioni e cercare un patto per il suo successore ma, a quanto pare, non è quello che vogliono nè Pd nè Pdl. È anche vero che potrebbero essere schermaglie negoziali, duelli apparenti per “ingannare” l’opinione pubblica allontanando l’idea di un inciucio sul capo dello Stato. Ma questo si vedrà presto – già a fine aprile – scoprendo il nome che verrà scelto e vedendo con quanti voti sarà eletto.

    La corsa verso le urne del Cavaliere

    L’altra ipotesi è che sia Silvio Berlusconi a fare tutte le mosse per spingere verso un’altra tornata elettorale. È partito con l’opzione secca del governo di larghe intese sapendo che Pierluigi Bersani non poteva accettare un esecutivo con il giaguaro, è passato a bocciare i saggi mostrando di non volere accordi sul capo dello Stato. Questo potrebbe voler dire che sta prendendo sempre più la rincorsa verso le urne sfruttando alcune condizioni che solo un voto tra fine giugno e il 7 luglio si possono verificare. La prima è che non si riuscirà a cambiare il Porcellum e questo il Pdl lo considera un vantaggio visti i sondaggi che ormai lo danno in vantaggio alla Camera. Dunque, il Cavaliere vincerebbe sul Pd ma lo scenario sarebbe solo invertito perchè con Grillo “forte” resta il rischio di un Senato ingovernabile. L’altra condizione favorevole per il Cav. è che le urne subito spuntano l’unica arma del Pd che lui davvero teme: l’arrivo di Matteo Renzi e la sua candidatura a premier. È vero che il sindaco di Firenze non vuole le urne subito perchè non lo favoriscono ma potrebbe anche essere forzato a rischiare, in questo caso il vantaggio per Berlusconi è che Renzi avrebbe dietro di sè un Pd dilaniato. Ultima condizione vantaggiosa è proprio lo scontro sul Colle.
     
    Il rischio che il Quirinale sia trascinato in campagna elettorale

    Vantaggiosa perchè? Se davvero non ci sarà un patto tra Pd e Pdl, come sembra dal clima politico di queste ore, allora l’elezione del nuovo capo dello Stato diventa uno scontro da trascinare fino alle urne. Nel senso che Berlusconi userebbe la scelta del centro-sinistra di eleggersi un presidente da soli come argomento principale della sua campagna per le urne. E cioè metterebbe sott accusa una sinistra che occupa le istituzioni e che esclude da esse una larga fetta di italiani di centro-destra. Uno scenario possibile ma disastroso per la stessa istituzione della Presidenza della Repubblica. Infatti, un voto popolare che premiasse una campagna elettorale contro il nuovo capo dello Stato lo indebolirebbe, per non dire delegittimerebbe avvicinando sempre più il grande tema eluso di questi tempi: la riforma costituzionale in senso presidenziale o semi-presidenziale. È come se Berlusconi mettesse nei fatti una trasformazione del ruolo del capo dello Stato che il centro-sinistra non ha voglia di codificare con una riforma votata dal Parlamento. Il Sole 24 Ore

    1 aprile 2013

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