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La finta carne è in vera crisi. Dopo anni di grandi ambizioni e previsioni rosee, le principali aziende stanno tagliando personale e investimenti

Beyond Meat è un’azienda statunitense fondata nel 2009 e specializzata nella produzione di sostituti per la carne a base vegetale. Insieme a Impossible Foods è tra i marchi più noti nel settore della «carne finta», su cui negli ultimi anni hanno investito molte aziende e celebrità. Tra i prodotti più noti del settore ci sono hamburger piuttosto simili a quelli tradizionali, dal colore alla consistenza, ma che vengono prodotti utilizzando grano, olio di cocco, patate e altri vegetali. Questi sostituti sono spesso promossi come un’alternativa ambientalista e animalista alla carne tradizionale: per produrre un hamburger di Impossible Foods, infatti, viene emesso l’87 per cento di gas serra in meno rispetto a un classico hamburger di manzo.

Dopo anni di forte crescita in termini di fatturato e interesse generale, però, il settore sta vivendo un momento di crisi, che è culminato lo scorso ottobre con l’annuncio di forti tagli al personale da parte di Beyond Meat. L’azienda ridurrà del 19% la sua forza lavoro dopo aver registrato dati di vendita deludenti rispetto le aspettative. Pochi giorni prima, Impossible Foods era stata costretta a tagli simili, seppur minori (il 6% del totale). Tra le principali cause della crisi, secondo il sito Axios, ci sono i prezzi alti di questi prodotti ma soprattutto l’«appiattimento della domanda» da parte dei consumatori.

A danneggiare Beyond Meat è stata soprattutto la fine della sperimentazione di «McPlant», un nuovo hamburger a base di carne vegetale che la catena di fast food McDonald’s sembrava pronta a introdurre negli Stati Uniti. Dopo una fase di prova dagli scarsi risultati, l’esperimento è stato abbandonato e «né McDonald’s né Beyond Meat hanno annunciato piani per test aggiuntivi o un lancio nazionale», come rivelato da CNBC.
La notizia ha causato un calo duraturo e continuo del titolo della società in borsa, che ha perso circa il 53% del suo valore da inizio luglio. Anche le altre aziende del settore hanno ridotto la produzione e rivisto i propri piani di crescita, come la canadese Maple Leaf Foods che ha tagliato di un quarto la propria divisione dedicata alla carne a base vegetale. Una congiuntura tanto negativa da spingere alcuni osservatori a domandarsi se questa non sia «la fine di una moda passeggera».

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Il problema principale che interessa questo tipo di alimenti è proprio il prezzo, che rimane troppo alto rispetto alla carne tradizionale ma anche a quelle fonti di proteine alternative di origine non animale, come i legumi, da sempre diffuse nelle diete vegetariane e vegane. Per questo, a distanza di anni e a dispetto di molti investimenti anche pubblicitari, la carne a base vegetale rimane un prodotto di nicchia, una scelta minoritaria che subisce particolarmente i periodi di inflazione.

Esistono anche forme di resistenza culturali e politiche. Il caso degli Stati Uniti è particolarmente interessante: è il paese dove sono nate le principali aziende del settore ma da sempre ha un rapporto molto complesso con la carne, soprattutto quella rossa, di cui è il principale consumatore pro capite mondiale. Secondo la rivista specializzata New Food, alimenti simili devono fare i conti con pregiudizi che spingono alcuni consumatori a evitarli perché ritenuti un simbolo della cultura “woke” e progressista. Alcuni uomini, ad esempio, non ne sono interessati perché ritengono che mangiare carne sia necessario a proteggere e affermare la loro mascolinità.

Esistono anche fattori psicologici, come quello rilevato da un’indagine portata avanti in Regno Unito, Stati Uniti, Singapore, Cina e Paesi Bassi, secondo cui più la carne a base vegetale diventa simile a quella tradizionale, più aumenta la diffidenza di alcuni consumatori. L’atteggiamento è ben sintetizzato dalla dichiarazione di uno dei partecipanti allo studio, che ha reagito all’assaggio di un prodotto simile con sorpresa: «Che ci mettono in questa carne? È davvero buona!». Si tratta di un fenomeno che, secondo Mark Hazelgrove, un esperto di scienza del comportamento, ricorda l’uncanny valley, un’espressione inglese con cui si indica quel senso di disagio e turbamento che proviamo di fronte a robot e maschere molto realistici.

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La crisi della carne a base vegetale conferma quanto sia difficile sostenere una transizione verso una dieta più sostenibile ed etica, sia a livello ambientale che per quanto riguarda il trattamento degli animali. Anche per questo, la possibilità che sia una moda passeggera spaventa chi lavora e investe su un altro tipo di alternativa alla carne, per ora in fase sperimentale. Da anni, infatti, si parla del possibile avvento della «carne sintetica», un tipo di alimento che, pur essendo d’origine animale, non richiede l’allevamento industriale e la macellazione dei capi.

La carne sintetica, detta anche “carne coltivata” o “carne pulita”, viene prodotta a partire da cellule animali ottenute attraverso biopsie indolori su animali vivi. Queste cellule vengono poi “allevate”, ovvero nutrite in vitro, con sieri di origine vegetale e animale, grazie ai quali crescono fino a diventare tessuto muscolare, carne “vera” che non comporta enormi emissioni di CO2, deforestazione e sofferenza degli animali. Secondo un recente studio dell’Università di Oxford, la produzione di carne e tessuti animali in laboratorio emette il 96% in meno di gas serra rispetto alla carne tradizionale. I costi sono però ancora alti, anche se continuano a diminuire.

Il primo hamburger realizzato con questo tipo di carne fu servito nel 2013, nel corso di una conferenza stampa, a Sergey Brin, co-fondatore di Google, che aveva investito 250mila dollari nel progetto del professor Mark Post della Maastricht University. Il costo effettivo di quel panino fu calcolato attorno ai 330mila dollari; oggi è tra i 9 e i 10 dollari.

Attualmente la vendita di carne di questo tipo è legale solo a Singapore e Israele. Come nel caso di quella a base vegetale, da anni si prevede un futuro a breve termine in cui la vendita di carne sintetica sarà un affare notevole: si parla di un fatturato di circa mezzo miliardo di dollari entro il 2027. Ma lo stesso è stato detto più volte anche della carne a base vegetale, per cui uno studio del 2021 realizzato dalla società di consulenza Boston Consulting Group aveva previsto un giro d’affari da 290 miliardi di dollari entro il 2030.

È per questo che la carne sintetica sta già facendo i conti con il momento di crisi del suo omologo a base vegetale per capire come posizionarsi meglio sul mercato, evitando di fare una fine simile. Secondo alcuni osservatori, l’approccio migliore per la carne sintetica sarebbe quello di non presentarsi come un’alternativa alla carne ma semplicemente come carne, nella speranza di non destare diffidenza nei consumatori

Il Post

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