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La flatulenza bovina non conta per l’effetto serra? Emissioni di metano, la Commissione Ue voleva intervenire, ma i governi dicono no

Le vacche e le loro famiglie sono responsabili di oltre il 50 per cento delle emissioni di metano. La Commissione Ue voleva intervenire, ma i governi dicono no

Marco Zatterin. La flatulenza bovina non conta per l’effetto serra, almeno secondo gli stati dell’Ue. I dati scientifici rivelano che le mucche e le loro famiglie sono responsabili di oltre il 50 per cento delle emissioni di metano, la principale causa del «Greenhouse effect» che ingabbia il pianeta e cambia il clima.   

La Commissione aveva proposto di intervenire per cercare di limitare la messa in circolo del gas. Il Consiglio, ovvero i governi nazionali, pensa di sopprimere la misura. “Non serve”, è l’orientamento. “Hanno vinto le lobby”, accusano le organizzazioni non governative.  

Funziona così. Il bestiame rilascia metano attraverso i micro-organismi partecipi nel processo di digestione animale, e protossido di azoto attraverso la decomposizione del letame. Più mandrie, più gas, dunque.  

Secondo uno studio dell’Università di Siena (Bastianoni-Caro) il 74% delle emissioni mondiali è causato dai bovini. Questo è principalmente spiegato dall’abbondanza di mucche da latte, ma anche dalla grande quantità di metano e protossido di azoto emessi dai bovini da carne rispetto agli altri animali. Le pecore contribuiscono per il 9%, i bufali il 7%, i maiali il 5% e le capre il 4%. 

Oggi i ministri europei dell’Ambiente ne discutono a Lussemburgo. Sarà una tornata cruciale in vista del voto del Parlamento, previsto in settembre, dopo il pronunciamento della commissione Ambiente in calendario per metà luglio.

Secondo un documento di lavoro dei Ventotto, i limiti indicati dalla Commissione sono stati abbandonati a causa di «preoccupazioni circa il potenziale sovrapposizione con gli altri impegni stabiliti dagli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra».   

La maggioranza è favorevole, compresi tutti i paesi grandi produttori, come Regno Unito, Italia, Francia e Danimarca. Le lobby esultano. Gli altri si interrogano.

La Stampa – 15 giugno 2015 

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