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La giungla degli esodati, a oggi nessuna quantificazione certa

L’Inps ne ha censiti 390 mila, ma la cifra comprende anche i lavoratori “cessati”, gli esodandi, i collocati in mobilità e chi versa col i tributi volontari. Il decreto Fornero ne “salva” 65 mila: quanti altri riusciranno ad essere salvaguardati?

Come si passa dai 390.000 esodati «censiti» un po’ impropriamente dall’Inps ai 65 mila riconosciuti dal governo, destinati a breve a salire a 120 mila? Lo spiega bene la tabella che il ministro Fornero ha depositato in Parlamento l’altro giorno. Nel mare magnum di questi lavoratori «sospesi» – «roba da girone dantesco», come commentava giusto ieri Roberto Benigni – ci sono i salvaguardati del primo decreto, gli esodati e gli esodandi, i collocati in mobilità e quelli che sono sul punto di esserlo, chi versa contributi volontari e chi ha firmato accordi di mobilità prima e dopo il varo del decreto Salva-Italia del 4 dicembre 2012. Dal gran calderone dei 390 mila, stima contestata dal ministro del Lavoro perché «parziale», «non corredata da adeguate spiegazioni» e quindi «fuorviante» bisogna innanzitutto sottrarre 60.550 lavoratori che hanno già maturato a fine 2011 i requisiti per andare in pensione. Ne restano così 328.650. Ed è da qui che si deve partire per capire la vera dimensione del problema. Di questi 142.600 hanno finito di lavorare il 31.12.2011, sono i cosiddetti «cessati», poi ci sono 36.250 lavoratori in mobilità, 3.450 persone in mobilità lunga, 14.650 che hanno ottenuto il supporto di fondi di solidarietà nell’ambito di accordi di ristrutturazione (banche, Poste, ecc.) entro il 4 dicembre 2011 ed altri 9.350 che hanno maturato questa condizione in seguito. E ancora: 2.600 esonerati, 116.650 prosecutori volontari (di fatto autonomi ed ex dipendenti che non lavorano più ma devono ancora raggiungere il minimo contributivo) 3.100 genitori di disabili in congedo straordinario. Pescando in tutte queste categorie il primo decreto Monti-Fornero ne salva come noto 65 mila, andando a individuare quelle persone che di qui al 2014 rischiano di restare senza stipendio e senza pensione a causa dell’innalzamento a 62 anni dell’età minima per la pensione. Poi che ne sono altri 16.050 che si possono definire sempre «salvaguardati» ma che non costano nulla alle casse dello Stato perchè la data di decorrenza del loro pensionamento è identica a quella fissata dalle nuove norme. Restano 248.600 persone. Si tratta di lavoratori che non vengono considerati in quanto nei periodi di salvaguardia previsti dal decreto interministeriale dei primi di giugno non raggiungono i requisiti richiesti o che li maturano dopo il 2019:129.200 cessati a fine 2011, 103.800 prose-cutori volontari, 12.550 lavoratori in mobilità, 3000 genitori di disabili e 250 operai in mobilità lunga. Dati definitivi? Assolutamente no, perché come ha precisato Elsa Fornero in Parlamento sono ancora parziali: come è emerso dal gruppo di lavoro costituito da Ministero del lavoro, Inps e Ragioneria generale dello Stato a tutt’oggi «non è possibile pervenire a una esatta quantificazione, né soprattutto alla scansione temporale delle uscite». Gli accordi tra imprese e lavoratori, infatti, «sono noti per i contingenti in aggregato, ma non indicano i dati anagrafici dei vari soggetti interessati e non distinguono tra chi raggiunge i requisiti pensionistici al termine della mobilità e gli altri. Inoltre, per molti di essi la mobilità è volontaria e quindi «la fruizione della stessa potrebbe essere fortemente influenzata dal perimetro della nuova eventuale salvaguardia». Quanto agli accordi di ristrutturazioni non esiste un registro unico delle intese che vengono siglate a livello nazionale ma molto spesso anche a livello territoriale. Comunque sia il governo ha deciso di fare uno sforzo aggiuntivo: nella lista dei 55 mila futuri salvaguardati verranno cosi inclusi innanzitutto i «collocandi in mobilità» che avrebbero conseguito il trattamento pensionistico secondo le vecchie regole al termine del periodo di mobilità. Lavoratori che possono essere attualmente in cassa integrazione, in preavviso, in sospensione, o regolarmente al lavoro e matureranno i requisiti perla pensione fino al 2019. Quanto ai lavoratori individuali, per Fornero «si potrebbe ampliare la platea, inserendo in modo esplicito anche coloro che hanno ripreso a lavorare in modo saltuario, e che maturano la decorrenza entro il 2014». Lo stesso ampliamento potrebbe riguardare i lavoratori cessati. In questo modo verrebbero salvaguardati 4.700 lavoratori già in mobilità ordinaria, 15.300 lavoratori in cassa integrazione guadagni straordinaria che si ipotizza passeranno al trattamento di mobilità ordinaria della durata di 3-4 anni e altri 20.000 che andranno in mobilità senza passare dalla cigs (ovvero gli esuberi frutto dei piani di ristrutturazione concordati a livello nazionale tra il 2008 ed il 2011), più 1.600 lavoratori del settore finanziario che hanno diritto ad accedere a fondi di solidarietà (ma dopo aver compiuto 62 anni), 7.400 prosecutori volontari con pensione che decorre nel 2014 e 6.000 lavoratori cessati entro il 31 dicembre 2011 in ragione di accordi individuali o collettivi. A patto che anche per loro la pensioni scatti nel 2014.

La Stampa -22 giugno 2012

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