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La legge per difendere i visoni ferma in commissione agricoltura. Animalisti in piazza. «Stop a nuovi allevamenti»

Ragazzi e ragazze chiusi in una gabbia, fuori un cartello: «Sto provando il visone». Un messaggio esplicito, perché chi esce dalla fermata del metrò, in piazza Argentina a Milano, si fermi al banchetto Lav lì davanti e firmi l’appello.

C’è un progetto di legge, fermo alla commissione Agricoltura della Camera, che chiede di vietare l’apertura di nuovi allevamenti di visoni in Italia. Come già ha fatto da 13 anni la Gran Bretagna, che li ha addirittura banditi. In prima linea l’ex ministro Michela Vittoria Brambilla che aggiunge: «Se l’Italia vuole continuare ad essere un faro di civiltà, non è aprendo nuovi allevamenti che risolviamo la crisi. Bellezza, classe ed eleganza nulla hanno a che vedere con la sofferenza degli animali. Alle donne dico: non vestitevi di cadaveri».

Altri Paesi d’Europa sono intervenuti con restrizioni sugli allevamenti. Resta il fatto che è l’Italia ad essere uno dei più importanti fornitori di materia prima per il business delle pellicce. «Il Parlamento ascolti la voce dei cittadini, la Camera esamini e approvi la mia proposta di legge», ha aggiunto l’onorevole Brambilla. Ci sono venti allevamenti nel nostro Paese e 200 mila visoni costretti a vivere in gabbiette larghe due spanne. «Animali — ha chiarito Simone Pavesi, portavoce Lav — che in natura abitano spazi immensi». Il business delle pellicce coinvolge 70 milioni di animali ogni anno. Solo un quarto degli stessi viene catturato in natura. Il resto, dagli allevamenti. E l’Europa è anche il principale «produttore» di animali da destinare a tale business (copre il 60 per cento della domanda).

Questa volta si potranno firmare cartoline che saranno indirizzate ad ogni parlamentare delle commissioni Agricoltura della Camera e Sanità del Senato, chiamati a calendarizzare e discutere il testo. L’Olanda ha vietato l’allevamento delle volpi e dei cincillà sin dal ’95 e lo scorso anno quello dei visoni. Danimarca, Irlanda del Nord, Austria, Croazia e Scozia stanno seguendo l’esempio.

Paola D’Amico – Corriere della Sera – 8 dicembre 2013 

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