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La lettera. Noi medici abbiamo già pagato la nostra parte. Soltanto il mancato rinnovo del contratto dal 2009 ci è costato circa 30.000 euro

di Domenico Montemurro e Dario Amati. Stimatissimo Matteo Renzi, presidente del Consiglio, siamo due medici del sistema sanitario nazionale e ci permettiamo di darti del tu considerando che siamo coetanei e per cercare di essere il più possibile diretti. Abbiamo maturato la decisione di scriverti una lettera aperta, quando abbiamo appreso dai giornali che, nelle ipotesi di taglio della spesa pubblica, è previsto anche il taglio degli stipendi ai dirigenti medici.

Questa scelta ci appare come il culmine di una deliberata aggressione ad una categoria che, in questi anni ha, lasciato sul terreno una ingente parte del proprio reddito. Infatti il mancato rinnovo del contratto di lavoro dal lontano 2009 ha già prodotto una perdita stimabile ad oggi in circa 30.000 euro. In molte Regioni italiane, ai giovani medici dipendenti che hanno superato la valutazione professionale dopo i primi 5 anni di lavoro, non è stato erogato l’adeguamento stipendiale previsto da leggi e contratti, creando di fatto un ulteriore aggravio della situazione. Se sommiamo le varie voci si arriva ad una perdita superiore a 60.000 euro negli ultimi quattro anni, senza possibilità di recupero e con riflessi previdenziali evidenti. Insomma caro Matteo, i medici dipendenti, unica categoria in Italia, hanno già pagato la loro quota pro-capite del debito pubblico italiano. Ma non basta. I «giovani medici-, vessati dal blocco delle assunzioni, hanno visto fiorire contratti capestro che rasentano i limiti dello sfruttamento. II blocco del turn-over, i tagli lineari e selvaggi degli ultimi anni, hanno determinato un pericoloso incremento dei carichi di lavoro, facendo crescere le criticità legate al lavoro quotidiano (riposi non effettuati, ferie non godute, straordinari non pagati). Ti invitiamo a effettuare personalmente delle visite nei Pronto soccorso e nei reparti ospedalieri per verificare l’inimmaginabile situazione in cui operatori e cittadini sono costretti a lavorare e vivere. Ogni giorno ed ogni Darb Amati notte, colleghe e colleghi, in perfetta parità di genere e con età sempre più avanzate, mantengono alti gli standard di cura offerti dal servizio sanitario nazionale, sacrificandosi personalmente per compensare una situazione di degrado ormai insostenibile. Ma il nostro non è considerato un lavoro usurante.

II fiorire di contenziosi medico-legali ha prodotto una crescita smisurata dei premi assicurativi che spesso sfiorano il 10% del reddito del medico. Alla fine del ciclo di studi, di costi e lunghezza senza pari, all’età di circa 30-31 anni, se si ha la fortuna di essere assunti, ai 2500 euro circa in busta paga netti bisogna togliere le spese di assicurazione di Responsabilità civile (non obbligatoria ma fortemente consigliata per non essere ridotti sul lastrico) nonché quelle della necessaria formazione continua. Ciò che rimane di certo in tasca ad un medico è la paura di una denuncia spesso immotivata. Dovresti poi spiegarci perché in sanità la maternità non è un diritto. Le colleghe che ne usufruiscono infatti non vengono sostituite (la sostituzione viene considerata una nuova assunzione) e chi rimane lavora per tutti. E perché dovremmo rimanere nel nostro Paese, quando ci vengono offerte opportunità interessantissime di lavoro a poche centinaia di chilometri attraversando le Alpi ad esempio. Non siamo anche noi cittadini dell’Europa? Con l’attuale riforma pensionistica, un medico neoassunto, non potrà andare in pensione prima dei 70 anni. Ci viene proposto di lavorare praticamente sino alla fine dei nostri giorni a ritmi ed in condizioni inaccettabili con la prospettiva che il nostro stipendio calerà progressivamente.

Siamo spiacenti, ma noi abbiamo esaurito lo spirito di sacrificio, e se dopo avere bloccato contratto e stipendio adesso si procede al loro taglio ex lege, vuol dire che all’interno della sanità pubblica non c’è più spazio per merito e passione del lavoro. Vorremmo, per un «mestiere» che non è «normale», condizioni di serenità, professionale ed economica ed un riconoscimento per il valore di quello che facciamo garantendo la esigibilità di un diritto tutelato dalla Costituzione.

L’Unità – 15 aprile 2014

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