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La «resilienza» delle donne vince la crisi ma sul lavoro la parità è lontana. Il calo dell’economia ha avuto un impatto minore rispetto agli uomini ma restano i nodi di sempre: salario e il family gap

di Serena Uccello. In senso assoluto non va bene anzi se ci paragoniamo – ed è l’unico paragone possibile ed accettabile – con la Germania, con la Francia e soprattutto con i Paesi del Nord Europa, il mercato del lavoro italiano è, usando un’abusata immagine, di un color rosa assai sbiadito. Tuttavia questo è il noto, quella che è meno noto, meno conosciuto, è la «resilienza» delle donne, delle donne lavoratrici, alla crisi.

I numeri infatti elaborati dalla Fondazione David Hume per Il Sole 24 Ore mostrano come la dinamica occupazionale ha registrato un andamento diverso per gli uomini e per le donne nei momenti recenti di maggior difficoltà economica.

Significativo quando è accaduto dopo la caduta occupazionale del biennio horribilis 2008-2010: l’occupazione delle donne è aumentata fra il 2010 e il 2012, quella maschile invece è diminuita. Certo il 2013 non ha fatto sconti a nessuno, neanche alle donne, però già l’anno dopo la ripresa ha riguardato entrambe le componenti. La conclusione che se ne deduce è che le donne, forse proprio per la loro posizione di debolezza, in fondo hanno assorbito meglio i contraccolpi dei tagli. «Ciò che invece non sappiamo – spiega lo studio – è se il rallentamento della nostra economia ha in qualche modo attenuato questo divario o se ha contribuito a ridurlo».

Tanto che prosegue l’analisi «le donne sono sempre andate meglio degli uomini, anche se si tiene conto dell’età. Sia le donne più giovani, sia quelle più mature hanno avuto performance relativamente migliori degli uomini. Là dove c’è stato un calo sono arretrate meno che i maschi e là dove c’è stata una crescita sono avanzate di più». Anche per quanto riguarda la disoccupazione le donne mostrano «una minore sensibilità alla crisi». Nel senso che «il ritmo di crescita della disoccupazione femminile è stato meno intenso di quella della disoccupazione maschile, sia fra gli ex-occupati, sia fra le persone che per la prima volta si sono affacciate al mondo del lavoro, sia fra gli ex inattivi».

Reggono le italiane e reggono anche le straniere.

«Le lavoratrici straniere – spiegano i ricercatori della Fondazione David Hume – hanno sempre avuto, almeno dal 2004, un tasso di occupazione superiore alle italiane» e con gli anni la loro presenza è progressivamente cresciuta. «Nel 2004 erano poco più di 300mila e rappresentavano il 4% del totale delle occupate». Dieci anni dopo hanno superato il milione e la loro incidenza è salita all’11 per cento. Nonostante il loro numero sia cresciuto, il loro tasso di occupazione è costantemente calato in questi anni di crisi, passando dal 52,1% al 42,1 per cento. Si tratta però di una leggera battuta d’arresto analoga a quella registrata dalle italiane e straniere. Per il uomini, invece, il risultato è diverso: sono gli occupati stranieri ad aver sentito maggiormente gli effetti della crisi arretrando più degli italiani».

Bene per molti, ma non per tutti. In questo quadro di sostanziale resistenza c’è uno zona opaca, ed è la situazione di affanno che vivono le giovani donne, in questo caso infatti la disoccupazione colpisce, facendo un confronto, più loro che i colleghi maschi.

Giovani donne, donne al primo impiego e madri. Sta qui lo zoccolo più fragile. L’assenza di servizi e di politiche adeguate a garantire una buona conciliazione dei tempi del lavoro con la gestione della famiglia fa soffrire le donne italiane più delle coetanee degli altri paesi europei, «tant’è che si potrebbe parlare di family gap». Le donne con figli infatti sia che siano giovanissime o più mature (ovvero tra i 25 e i 49 anni) hanno meno opportunità di lavoro di quelle senza figli, un trend che si rafforza con l’aumentare del numero dei figli. «La situazione peggiore si riscontra nel Mezzogiorno: è qui che la presenza di figli incide di più sulle chances lavorative delle donne. Mentre la quota di occupate single si aggira intorno al 60% (2014), quella delle madri monogenitoriali scende a 45. Il tasso di occupazione tocca il 44,1% per le donne in coppia senza figli e crolla al 34,2% per le madri con partner».

Una conferma, dunque, come i dati sulle retribuzioni. Che ci dicono che «nel 2014 lo stipendio orario medio delle donne era solo il 6,5% più basso di quello degli uomini». Un dato che visto così non sembrerebbe particolarmente negativo dal momento che non è molto differente dalla media degli altri paesi. Tuttavia è la spia di almeno tre fenomeni, due dei quali non affatto positivi: l’autoselezione del mercato del lavoro femminile, e cioè «le donne meno qualificate e con salari potenzialmente più bassi hanno una maggiore probabilità di uscire dal mercato del lavoro». Punto due: la differenza salariale può essere spiegata da un maggior ricorso femminile al part time. Ed infine: le donne guadagnano meno perché è ancora ridotta la loro posizione nelle posizioni dirigenziali.

Il Sole 24 Ore – 8 marzo 2016 

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