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La «svolta» di Matteo Renzi: più soldi in busta paga per 10 milioni di italiani. Irap, taglio del 10%. Ecco le misure

renzi-la-svolta258x258La «svolta buona» di Matteo Renzi è un pacchetto di misure che vanno dai tagli all’Irpef da 10 miliardi e all’Irap per il 10%, al Piano casa, dall’accelerazione del pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione, fino alla riforma del lavoro e al programma per l’edilizia scolastica. Non tutti i provvedimenti hanno già trovato una formalizzazione. Il Consiglio dei ministri ieri pomeriggio ha approvato per ora solo una relazione sulla detrazione Irpef da 10 miliardi per i lavoratori dipendenti sotto i 25 mila euro di reddito, dal 1° maggio prossimo, per un ammontare di circa mille euro netti annui a persona. «Gli atti tecnici e legislativi — si legge nel comunicato — «verranno approvati nelle prossime settimane». Stesso procedimento per il taglio del 10% dell’Irap alle imprese, finanziato con l’innalzamento dell’aliquota della tassazione delle rendite finanziarie dal 20% al 26%. Scarica le slides. Il comunicato stampa

È stata affidata a un decreto la riforma del contratto a termine e dell’apprendistato e a un disegno di legge-delega quella degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, della semplificazione delle procedure e degli adempimenti in materia di lavoro e di riordino delle forme contrattuali. Un disegno di legge consentirà di accelerare il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione che Renzi ha quantificato in 68 miliardi, una stima non confermata dal Tesoro: tra gli strumenti, l’utilizzo della Cassa depositi e prestiti per garantire i debiti ceduti dalle imprese alle banche. Infine per l’emergenza abitativa arriva al traguardo il decreto legge che il ministro Lupi aveva predisposto per il precedente governo. Presso la presidenza del Consiglio nascono due strutture di missione: per il dissesto idrogeologico e per l’edilizia scolastica.

Famiglie. Mille euro l’anno in più fino a 25 mila euro lordi

 Dieci miliardi di tasse in meno all’anno per i dieci milioni di contribuenti con i redditi più bassi. Il governo di Matteo Renzi rompe gli indugi e annuncia la manovra per la riduzione delle tasse sul lavoro dipendente che sarà varata entro la fine di aprile, e avrà effetto a partire dalla busta paga di maggio. Per chi guadagna uno stipendio fino a 1.500 euro netti, ha detto il presidente del Consiglio, lo sgravio sarà pari a circa 1.000 euro netti all’anno a regime, un po’ di meno quest’anno, visto che quattro mesi sono già passati.

La riduzione delle imposte sul lavoro, in ogni caso, riguarderà i lavoratori dipendenti (il governo non ha fatto cenno a redditi da pensione o da lavoro autonomo) con un reddito Irpef massimo di 25 mila euro lordi annui. E sarà interamente coperto «sulla base di risparmi di spesa pubblica, senza l’aumento di altre imposte o tasse» ha garantito il presidente del Consiglio. Gli sgravi fiscali saranno attuati verosimilmente attraverso un aumento delle detrazioni Irpef, ma il provvedimento di attuazione arriverà solo tra qualche settimana, dopo l’aggiornamento del quadro di finanza pubblica con il Documento di Economia e Finanza, che darà la dimensione dei margini disponibili.

Le coperture «abbondano» ha detto ieri Renzi, secondo il quale si arriverebbe facilmente a 20 miliardi di euro. C’è un margine di 6,4 miliardi da utilizzare senza superare il deficit del 3%, anche se il governo non intende sfruttarlo tutto, altri 2,2 miliardi già garantiti dal calo dei tassi sui titoli pubblici (che potrebbero essere anche di più), poi c’è l’una tantum del rientro dei capitali, che può essere usata in attesa di sostituire il gettito con misure strutturali e, potenzialmente, 5 miliardi di maggior gettito Iva grazie al pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione (68 miliardi entro luglio), i 5 miliardi di investimenti nelle scuole e contro il dissesto idrogeologico.

Per coprire la manovra di quest’anno saranno utilizzati 10 miliardi di euro, parte di quali serviranno al finanziamento della riforma del mercato del lavoro. «Si utilizzeranno i margini dell’indebitamento nel modo più parsimonioso possibile, perché il rispetto del vincolo di deficit eccessivo è fondamentale, ma non sono assolutamente d’accordo con chi dice che non c’è copertura effettiva per il calo delle tasse» assicura il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Secondo il quale la principale preoccupazione del governo resta il «debito», che può essere ridotto «soprattutto crescendo di più, e poi con le privatizzazioni». Mario Sensini

Lavoro. Più contratti flessibili nell’arco di 36 mesi

Il Jobs Act, di cui tanto si era parlato, viene rinviato ad un disegno di legge delega dai tempi incerti e dal futuro ipotetico. Mentre lo choc all’economia prende la forma di un’accelerazione sulla flessibilità, che imbocca la corsia preferenziale del decreto legge. Le vere novità sul mercato del lavoro, e forse dell’intero Consiglio dei ministri di ieri, erano state tenute coperte quasi fino all’ultimo. E per le imprese appresentano un bel «risarcimento» per quel taglio del cuneo fiscale che, quando le coperture saranno a posto fino in fondo, penderà dalla parte dei lavoratori. La svolta sta tutta in una maggiore libertà sui contratti a termine e sull’apprendistato, nell’eliminazione di buona parte dei paletti che ne regolamentavano l’utilizzo, a volte rendendolo troppo complicato.

La durata massima del contratto a termine senza l’indicazione della causale, utilizzabile per chi lavora per la prima volta, passa da uno a tre anni. Non solo. Prima era possibile una sola proroga, ad esempio sei mesi più sei mesi, ma a patto di inserire nel rinnovo una causale che spesso veniva impugnata davanti al giudice portando all’assunzione a tempo indeterminato. Adesso, almeno in teoria, si potranno fare 36 contratti di un mese e tutti senza causale. Lo stesso schema frazionato può essere utilizzabile anche per i contratti a termine con causale, quelli rivolti a chi non è alla prima esperienza di lavoro. Prima era possibile una sola proroga adesso non ci sono limiti, tranne la durata complessiva che in questo caso era già di tre anni. Per tutti i contratti a termine poi viene fissato per legge un tetto massimo di utilizzo: il 20% dell’organico dell’azienda. Prima la scelta era lasciata alle parti, azienda e sindacati, e l’asticella si fermava più tra il 10 e il 15%.

Con il decreto legge approvato ieri anche l’apprendistato diventa più semplice. Non solo per la parte burocratica, con il venir meno del contratto di formazione in forma scritta. Ma soprattutto perché cade l’obbligo di assumere a tempo indeterminato l’apprendista che ha finito il suo periodo di formazione prima di poterne prendere uno nuovo. «Il risultato pratico di quell’obbligo — dice il ministro del Lavoro Giuliano Poletti — era che le aziende mandavano a casa l’apprendista un mese prima che scadesse il contratto in modo da evitare l’obbligo di stabilizzarlo e poi assumerne uno nuovo». Tutte modifiche accolte positivamente dai piccoli imprenditori: «Vanno nella direzione giusta», dice il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti. Nel decreto c’è anche l’introduzione del Durc online, il documento di regolarità contributiva che adesso non sarà più un incubo tra file e sportelli.

Tutto il resto, invece, viene rinviato al disegno di legge delega: normale iter in Parlamento, con rischio ingorgo dietro l’angolo, più decreti attuativi a raffica. Che dovranno riscrivere le regole degli ammortizzatori sociali, mandando in pensione la cassa integrazione in deroga, estendere la tutela della maternità, sperimentare il salario minimo e tanto altro ancora. Il famoso contratto unico a tutele crescenti che dovrebbe prendere il posto della selva di contratti oggi utilizzabili? Diventa solo un’ipotesi, persino sfumata, per un futuro testo organico che «ne possa anche prevedere la introduzione, eventualmente in forma sperimentale». In sostanza, archiviato. Lorenzo Salvia

Imprese. Sconto del 10% sulla luce Pagamenti per 68 miliardi

Il taglio del 10% dell’Irap per le aziende private finanziato con l’innalzamento dal 20% al 26% dell’aliquota della tassazione delle rendite finanziarie, è il colpo a sorpresa messo a segno dal premier Matteo Renzi. Dall’altra parte però si polverizza l’intervento sui debiti residui della Pubblica amministrazione, che era stato annunciato come il pagamento «in un colpo solo» di 60 miliardi, e che per ora non ha neppure una cifratura certa. Quando ormai le imprese davano per perso qualsiasi tipo di sgravio, ecco dunque il taglio dell’Irap, non ancora formalizzato in un provvedimento di legge, e che, secondo le stime della Cgia di Mestre, produrrà un risparmio medio annuo di 792 euro a impresa. Un intervento da 2,4 miliardi che riguarderà poco più di 4 milioni e mezzo di contribuenti. Il vantaggio maggiore andrà alle società di capitali con un risparmio di 2.883 euro, che saranno 334 per le società di persone e 144 per le ditte individuali.

A favore delle pmi c’è il rifinanziamento del Fondo di garanzia per 500 milioni e poi tagli in bolletta per 1,4 miliardi: il 10% dell’attuale spesa energetica. Una misura finanziata con la riduzione dell’incentivo oggi garantito alle imprese energivore per compensarle di eventuali distacchi dalla rete in caso di black out (circa 600 milioni); una sforbiciata agli incentivi per le rinnovabili; il taglio, in tutto o in parte, dei 300 milioni che oggi vengono versati alle imprese ferroviarie per l’utilizzo che l’Enel ha ottenuto 50 anni fa degli impianti delle Fs. Renzi ha detto che l’alleggerimento in bolletta partirà da maggio, il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, ha spiegato che «il completamento realistico della misura sarà entro fine 2014». Infine per i debiti della P.a. è stato approvato un disegno di legge che, nelle more dell’avvio della fatturazione elettronica, obbliga i creditori e le amministrazioni a comunicare i dati relativi alle fatture alla piattaforma elettronica, viene previsto un incentivo legato agli obiettivi di finanza pubblica per gli enti che rispettano i tempi di pagamento e la sanzione del divieto di assunzione per quelli che non li rispettano.

Per accelerare i pagamenti già emersi e certificati di parte corrente si avvia il meccanismo di cessione alle banche con la garanzia di Stato secondo il piano Bassanini-Messori, che coinvolge la Cassa depositi e prestiti. Al tempo stesso, ha riferito il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, «è stato disposto il rifinanziamento di strumenti come il fondo per il pagamento», istituito dal governo Letta, per i debiti accumulati al 31 dicembre 2013, con una novità: un fondo specifico per i debiti delle società partecipate dagli enti locali. Padoan ha aggiunto che il rifinanziamento sarà effettuato «entro limiti che andranno verificati». Si tratta di ottenere il permesso ad emettere più debito allo stesso modo in cui lo aveva ottenuto il governo Letta tra 2013 e 2014. Una strada che il governo Renzi sembra voler percorrere. Per ora il ministro dell’Economia si limita a dire: «Dobbiamo valutare nel contesto macroeconomico generale e, laddove ci siano scostamenti, dobbiamo ottenere l’approvazione del Parlamento [dato che in Costituzione è stato inserito il principio del pareggio di bilancio] e l’approvazione della Commissione europea: questo vale per le misure sui debiti ma vale anche per altre misure, compreso il taglio del cuneo». «Entro luglio ci sarà lo sblocco totale di 68 miliardi» ha detto Renzi affidandosi alle stime di Bankitalia secondo cui i debiti della P.a. ammontavano, a fine 2011, a 90-91 miliardi. «Al Mef non sono così convinti» ha ammesso. E in effetti il ministero dice da mesi che i 47,5 miliardi già stanziati dal governo Letta «consentono di chiudere gran parte delle posizioni debitorie» al 2012. Il residuo a quella data equivarrebbe a soli 3 miliardi. Antonella Baccaro

«Bot e Btp non si toccano». I conti per bond e azioni

Sui titoli di Stato continueremo a pagare il 12,5%. Su azioni&c, la tassa sulle rendite finanziarie, cioè sugli interessi e sui guadagni in conto capitale, salirà dal 20 a 26%. Da quando? Si è parlato del primo maggio. Vedremo. L’inasprimento fa da contraltare al taglio delle tasse sul lavoro e ci mette in linea con il resto d’Europa dove l’aliquota per i privati con portafoglio balla intorno al 25% .

In Italia negli ultimi anni i destini dei titoli di Stato e degli altri asset si sono separati: dal primo gennaio 2012 il 12,5% vale solo per i Btp e per gli altri titoli di Stato, mentre per azioni, fondi comuni, bond e così via l’aliquota è salita al 20%. E al 20% sono invece scesi dal precedente 27% i prelievi sugli interessi maturati dai conti correnti. Ed ecco la storia dei conti in tasca: un investimento in azioni da 50.000 euro con un rendimento complessivo ipotetico del 3% annuo (quindi 1.500 euro) prima del 2012 pagava il 12,5% pari a 187,5 euro. Nel 2013, con l’aliquota al 20%, lo stesso rendimento ha sopportato una tassa di 300 euro a cui si è aggiunta la mini patrimoniale dello 0,15% che ne vale altri 75. Totale: 375 euro. Se immaginiamo un 2014 con l’aliquota al 26% (per semplificare la applichiamo a tutto l’anno anche se di certo non sarà così) il nuovo monte-Fisco sale a 390 a cui se ne aggiungono 100 di «patrimonialina», passata allo 0,2% dal primo gennaio: siamo a 490 euro. Senza considerare i possibili effetti della tassa sulle transazioni finanziarie in vigore dal marzo 2013 per le azioni italiane.

A quali strumenti si applicherà la nuova aliquota? Titoli di Stato a parte, oggi tutti gli altri asset (bond societari, azioni, pronti contro termine, fondi comuni, polizze e anche depositi di liquidità vincolati) pagano il 20% su rendimenti e capital gan. Fanno eccezione i fondi pensione, che hanno un’aliquota agevolata intorno all’11%. Resta da chiarire dunque l’elenco — oltre alle azioni citate ieri dal premier — e il criterio con cui si costruirà la rimodulazione della tassa. Non è che si potrebbe nutrire qualche speranza per un’esenzione dei patrimoni molto piccoli o per chi risparmia a lungo termine, come accade in altri Paesi europei? Giuditta Marvelli

Il Corriere della Sera – 13 marzo 2014

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