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Mancuso in commissione: per riforme Casse scadenze meno vicine

«Il relatore del provvedimento, onorevole Cazzola, si è impegnato ad inserire nel testo del parere della Commissione la richiesta di fissare una scadenza “meno ravvicinata” per le riforme»

Il presidente Enpav Gianni Mancuso ha partecipato alla riunioni della XI commissione lavoro in merito alle previsioni della manovra per cui gli enti pensionistici dei professionisti entro il 31 marzo dovranno assicurare l’ equilibrio tra entrate contributive e uscite per prestazioni per i prossimi 50 anni. «Il Governo non può usare la crisi come un pretestuoso grimaldello per scardinare le porte degli Enti dei professionisti. Molti membri della Commissione hanno ammesso di non aver considerato tutte le implicazioni dell’articolo 24 e di comprendere e condividere le nostre ragioni. Per questo il relatore del provvedimento, onorevole Cazzola, si è impegnato ad inserire nel testo del parere della Commissione la richiesta di fissare una scadenza “meno ravvicinata” per le riforme richieste». Il mio voto finale in aula – conclude il Presidente Enpav- sarà naturalmente condizionato dalle prese di posizione del Ministro Fornero nei nostri confronti e spero sia l’occasione per dimostrare, da parte del Governo Monti, che si è trattato solo di una sottovalutazione della complessità delle richieste fatte alle Casse e di una svista dovuta all’urgenza della stesura del testo di manovra e non di un tentativo puramente ideologico di intromissione nelle nostre gestioni”. Intanto questo pomeriggio è prevista l’audizione de presidente Adepp Andrea Camporese.

Le nuove supergaranzie per le casse professionali

dal Corriere della Sera dell’8 dicembre

Dovranno assicurare l’ equilibrio gestionale per 50 anni. Le stime I beni patrimoniali nei calcoli di sostenibilità

Coprire vent’ anni in tre mesi. È questa la «mission impossible» richiesta dal nuovo governo alle casse di previdenza private. In pratica gli enti pensionistici dei professionisti entro il 31 marzo dovranno assicurare l’ equilibrio tra entrate contributive e uscite per prestazioni pensionistiche per i prossimi 50 anni. Finora invece le casse di previdenza dovevano assicurare la sostenibilità del loro sistema fino ai prossimi 30 anni. «Non bisogna dimenticare che fino al 2007 la sostenibilità da garantire era di 15 anni. Insomma nel giro di 4 anni ci viene richiesto un salto di 35 anni. Qualcosa di mai visto in nessun sistema previdenziale europeo» protesta Andrea Camporese, presidente dell’ Adepp, l’ associazione che raggruppa 20 enti previdenziali «È per questo che abbiamo già chiesto al ministro Fornero di rivedere insieme a noi forma e sostanza del decreto varato domenica». La prima richiesta formulata dalle casse del mondo professionale è quella di inserire nel calcolo di sostenibilità anche il patrimonio di ciascun ente. «Non si può ignorare che la ricchezza di ciascuna cassa è formata da beni mobili e immobili – osserva Walter Anedda, presidente dell’ istituto dei dottori commercialisti – da tempo stiamo lavorando per mettere in sicurezza il nostro sistema per i prossimi 30 anni, adesso, improvvisamente e in appena tre mesi ce ne chiedono altri 20. E il tutto senza nemmeno calcolare il nostro patrimonio. Eppure noi non incidiamo per nulla nel bilancio dello Stato, non chiediamo contributi. Anzi, paghiamo doppiamente le tasse: sulle pensioni e sul rendimento del patrimonio». A questo punto diventa evidente quale sia il tarlo che si insinua nella mente di chi gestisce gli enti privati: non è che il fine ultimo sia quello di far confluire le casse all’ interno dell’ Inps per poter mettere le mani sul «tesoretto» accantonato dai professionisti? «Certo qualche dubbio viene – ammette Giovanni Pietro Malagnino, vice presidente dell’ Enpam, l’ ente di previdenza di medici e odontoiatri – abbiamo calcolato che tra 50 anni le casse private avranno un patrimonio di circa 500 miliardi. Possibile che si stia ipotizzando una socializzazione degli utili e una privatizzazione delle perdite? Molto meglio pensare che ci verrà concessa una proroga a quella scadenza del 31 marzo e che si possano includere nel calcolo di sostenibilità anche i beni patrimoniali». Ciò che non appare ancora chiaro è che cosa accadrà se tutto rimarrà com’ è e se le casse non riusciranno ad adeguarsi entro marzo. «Il decreto prevede l’ applicazione del sistema di calcolo contributivo per tutti – spiega Camporese – il punto è che l’ applicazione del contributivo, da sola, non potrà cambiare la sostenibilità degli enti. E se l’ equilibrio non dovesse essere raggiunto nemmeno con il contributivo? E poi, siamo proprio sicuri che un calcolo proiettato in avanti di mezzo secolo sia equo anche per le generazioni future? Se non dovessimo trovare la giusta misura, dovremmo tagliare del 50% le pensioni che già eroghiamo o caricare i giovani di un pesante prelievo previdenziale». Uno scenario pesantissimo che aggraverebbe la condizione di chi già ha praticato uno strappo importante. È il caso della cassa forense che dopo cospicui aumenti dei versamenti e qualche taglio alle pensioni era finalmente arrivata all’ equilibrio. Ma che adesso dovrebbe ripartire da zero. «Uno sforzo troppo grande per noi – sottolinea Alberto Bagnoli, presidente della cassa forense – non bisogna dimenticare che il reddito degli avvocati continua a scendere fino a medie toccate 20 anni fa. Un nuovo aumento delle aliquote non sarebbe sostenibile, oltre a essere ingiusto. Invece il passaggio al contributivo non ci spaventa anche perché da tempo adottiamo un retributivo corretto molto simile al contributivo. Il punto è che, con entrambi i sistemi, nessuno può garantire la sostenibilità per un periodo di tempo lungo mezzo secolo. Il tutto per una riforma che non inciderebbe per niente sul bilancio dello Stato». A meno che a qualcuno non faccia gola il «tesoretto».

Corriere.it – 8 dicembre 2011

 

 

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