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La nuova agricoltura dell’Italia. Nel piano del ministro Martina la volontà di svolgere un ruolo guida

Negli anni recenti molti, tra i quali chi scrive, hanno dovuto rivalutare il ruolo dell’agricoltura nello sviluppo del Paese. Vi ha concorso più di un fattore. Ha pesato la consapevolezza generale che il contributo cedente dell’agricoltura alla formazione della produzione e dell’occupazione non costituisse una legge naturale inesorabile, bensì l’esito di scelte intenzionali e reversibili. Che hanno a lungo ricercato la riduzione dei costi unitari a prezzo della salute, delle condizioni di lavoro e della sostenibilità di lungo periodo.

Che hanno mortificato la diversità e il nesso cibo-cultura. Che in Europa sono state a lungo disallineate rispetto agli interessi delle sue aree meridionali. Ha poi pesato la crisi economica, che ha spinto a cercare nell’agricoltura la soluzione a problemi di lavoro e anche di sussistenza: in Italia tra il 2010 e il 2012 l’agro-alimentare ha accresciuto le esportazioni del 20%, arrivando a 33,6 miliardi di euro. Sempre in Italia, al cambio di prospettiva ha contribuito la (ritardata) apertura del Paese all’immigrazione internazionale, con la crescente presenza sui campi di forza lavoro non di nascita italiana, sia come lavoro dipendente, talora sfruttato in modo anche primitivo, talora in un ruolo imprenditoriale di interesse.

Per molti di noi, poi, che con ruoli diversi hanno intrapreso da oltre due anni l’affascinante lavoro nelle “aree interne” del Paese (inserite dal Governo in carica fra gli indirizzi di rilancio nel Piano nazionale di riforma, http://www. mef.gov.it/doc-finanza-pubblica/def/index.html) – ossia le aree lontane dai servizi essenziali di salute, scuola e ferrovia, caratterizzate da diversità culturali e naturali inadeguatamente valorizzate e spesso in seria o grave crisi demografica (http://www.dps.gov. it/it/arint/index.html) – le questioni e la “grammatica” della produzione agricola sono diventate familiari e sfidanti. È vero che, sulla base di una intensa elaborazione iniziata in ambito Ocse nella seconda metà degli anni 90 (a partire dal suo Rural Working Party dove l’Italia gioca un ruolo di traino), ci era già evidente la potenzialità di queste aree nell’offrire opportunità di svago, di crescita e soprattutto di vita. Ma dallo studio e dalle visite di campo di queste aree abbiamo appreso in questi intensi mesi quanto profonda sia l’importanza di costruire un’agricoltura innovativa, diversificata, contrattualmente forte, consapevole delle proprie connessioni con il paesaggio e l’ambiente, attenta al rapporto con il lavoro, capace di attrarre giovani. Abbiamo visto l’importanza della cura del territorio e gli effetti del suo abbandono, per tutti noi. Abbiamo capito quale ruolo può giocare la scuola, sia nel restituire l’orgoglio per la vita a contatto della terra e per la manualità combinata con la tecnologia, sia nel costruire le competenze per coniugare tutto ciò con un uso intelligente dell’innovazione e per promuoverla. Abbiamo incrociato sistemi agro-alimentari locali, dove la capacità di cooperazione ha consentito o potrebbe consentire salti di qualità significativi.

Per tutte queste ragioni abbiamo letto con interesse e, diciamolo, speranza le valutazioni contenute nel Piano strategico per l’innovazione e la ricerca nel settore agricolo, alimentare e forestale presentato dal ministro Maurizio Martina nei giorni scorsi per la discussione pubblica (http://www.politicheagricol e . i t / f l e x / c m/ p a g e s / S e r v e B L OB. php/L/IT/IDPagina/7801y). “È necessario – vi si legge – preservare, valorizzare e utilizzare con azioni coordinate unitarie, in controtendenza con quanto fatto in passato, la grande ricchezza e variabilità biologica che, specie nel territorio Mediterraneo, può concorrere a selezionare e implementare caratteri utili per l’adattamento climatico”. E ancora: “È prioritario favorire l’integrazione fra aziende (agricole e agroalimentari), sia a livello orizzontale – che verticale – nelle filiere – … per ottimizzare l’organizzazione dei processi, riequilibrare le posizioni contrattuali dei produttori …”, immagino integrazione anche sotto forma di associazione, come nei casi di maggiore successo che è dato osservare. E poi si propongono: il “miglioramento, tutela e tracciabilità della qualità e distintività e adeguamento dei prodotti agroalimentari” e la “sperimentazione di modelli di selezione e attuazione dei progetti di ricerca transdisciplinare e partecipata”.

Non sono esperto di questo comparto e non lo si diviene solo per osmosi (pur trascorrendo in questi territori gran parte del mio tempo di lavoro). Ma colgo nella scelta di produrre il documento, proprio nel momento di avvio del ciclo di programmazione comunitario (dei fondi strutturali e della politica agricola), e nei suoi contenuti la volontà di tornare a svolgere un ruolo nazionale di guida. Di cui il Paese ha bisogno.

Ciò appare evidente nell’affondo sui temi della ricerca e dell’innovazione. Laddove si suggeriscono strumenti di policy che ne rafforzino l’integrazione sul campo o che promuovano la ricerca “a rete”: nella genomica nutrizionale, per produrre alimenti a misura di esigenze sempre più specifiche; nelle biotecnologie, per adattare il prodotto al clima; nelle nanotecnologie, per garantire qualità e tracciabilità degli alimenti. O quando si punta anche all’innovazione organizzativa, indispensabile per migliorare la competitività dei sistemi locali. O ancora si privilegiano le produzioni che hanno forti legami con gli eco-sistemi e i saperi locali, una grande opportunità in tutto il Paese, dalla Magna Grecia alle terre del Rinascimento comunale.

L’augurio è che l’innesto di questo documento su un confronto in tema di agricoltura ancora lontano dai “circuiti che contano” dia vita a un dibattito vivace capace di coinvolgere centinaia di migliaia di lavoratori e di imprenditori dell’agroalimentare, i cittadini e la cultura italiana. E che il confronto si estenda alla necessità di prevenire nuove esasperate forme di privatizzazione della conoscenza. Una strada che colpisce in modo particolare il modello di innovazione adattiva (delle conoscenze accumulate altrove) tipico del nostro Paese. Le sacrosante pregiudiziali su “sicurezza e salute” espresse nella sua agenda dal neopresidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker sull’Accordo di libero scambio con gli Usa costituiscono una buona base di partenza.

Il Sole 24 Ore – 22 luglio 2014 

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