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La procura accelera sui Pfas. Spunta l’ipotesi adulterazione. Il fascicolo ora affidato a due magistrati invece che a uno soltanto. Il nuovo reato contestato potrebbe agevolare le indagini

Sull’inchiesta Pfas la procura prova a premere sull’acceleratore. E lo fa con due mosse. La prima: il fascicolo è stato coassegnato a due magistrati. Ad affiancare il sostituto procuratore Barbara De Munari, già titolare dell’inchiesta, ci sarà il collega Hans Roderich Blattner. La seconda: il pool di magistrati sta valutando di indirizzare le indagini verso l’ipotesi di reato di adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari, prevista dall’articolo 440 del codice penale.

Una fattispecie che potrebbe risultare più agevole da dimostrare in tribunale rispetto a quelle di disastro colposo (con la vecchia normativa) o di avvelenamento delle acque, perché non ci sono evidenze che l’inquinamento da Pfas abbia provocato epidemie.

Una recente ricerca del Registro tumori del Veneto non ha sollevato alcun rapporto di causa-effetto tra la presenza dei Pfas nell’acqua e l’incidenza di tumori nella popolazione esposta. Questo non significa che i Pfas siano innocui, ma che i risultati scientifici disponibili oggi non supporterebbero la tesi dell’avvelenamento in un’aula di tribunale. Ulteriori indagini epidemiologiche, poi, avrebbero tempi così lunghi da mettere a rischio un eventuale processo. Potrebbe invece reggere, è il ragionamento della procura, l’ipotesi dell’adulterazione, che punisce «chiunque corrompe o adultera acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo rendendole pericolose alla salute pubblica».

Un reato che prevede pene comunque alte (è punito con la reclusione da tre a dieci anni) e che quindi permetterebbe di scongiurare il rischio di prescrizione, che è concreto con le norme del Codice dell’Ambiente del 2006 (in vigore per i reati commessi prima della recente riforma). Finora la procura ha iscritto sul registro degli indagati il solo nome di Luigi Guarracino, che ha ricoperto, dal 2009 al 2013, l’incarico di amministratore delegato alla Miteni, il gruppo chimico con sede aTrissino. Guarracino, in passato direttore dello stabilimento del polo chimico Montedison Ausimont a Spinetta Marengo, in Piemonte, è già stato condannato in primo grado dal tribunale di Alessandria per avvelenamento. Un caso che è però molto differente da quello vicentino; lì lo sversamento era di cromo esavalente, una sostanza la cui dannosità per l’uomo è riconosciuta dalla comunità scientifica. Oggi la produzione di Miteni riguarda solo Pfas a catena corta, meno persistenti dei Pfos e Pfoa a catena lunga.

Il Giornale di Vicenza – 6 agosto 2016

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