Qui dunque si gioca lo scontro, perché i medici contestano il piano. E per spiegare anche al ministro la loro protesta hanno iniziato a inviare a Roma migliaia di lettere-appello per chiedere una diversa riforma. La loro soluzione, invece, riguarda direttamente le scuole di specializzazione, che rappresentano il secondo sbarramento per chi intraprende questo percorso professionale.
«Lo scorso anno i posti disponibili nelle scuole erano 6996 ma i pretendenti più di 16 mila – denuncia Massimo Minerva, medico milanese che ha costituito l’associazione “Liberi specializzandi” con migliaia di giovani iscritti da tutta Italia – Questo vuol dire che in 10 mila sono rimasti fuori e si ritrovano col percorso bloccato. Se si vuole risolvere il problema delle carenze basta aumentare i posti disponibili e nel giro di pochi anni avremo tanti medici pronti per i reparti».
Il problema è sempre economico, perché ogni iscritto alle scuole di specializzazione costa allo Stato circa 1700 euro netti al mese. «Ma è paradossale – sottolinea Minerva – che i posti non siano proporzionati a quelli dei laureati, come avviene negli altri stati europei». Per il 2019 ci saranno 900 borse aggiuntive ma il “no” alla riforma del numero chiuso sembra chiaro. «Se si aumenta il numero dei laureati, si rischia che molte più persone restino senza la specializzazione – racconta Francesca, romana che si è dovuta trasferire in Francia per fare l’ultimo percorso di studi – Finché non si aumentano le borse per l’accesso alle scuole non si risolve il problema della sanità. Continueremo ad avere un esercito di laureati che non possono entrare in servizio».
Perché la specializzazione (un corso che dura tra i 4 e i 5 anni) non è un vezzo: è il titolo indispensabile per lavorare negli ospedali, a iniziare dai pronto soccorso dove oggi si registra una delle carenze più gravi.
La situazione degli ospedali rischia di complicarsi ulteriormente. Entro il 2025 si prevede che in 47 mila andranno in pensione e con le novità di “quota 100” il numero sarà persino più alto. Se ogni anno si sfornano solo 4 mila specialisti, il saldo è evidentemente negativo. «Nel 2021 le cose si complicheranno – racconta Antonio, medico torinese che da due anni tenta inutilmente di iniziare la specializzazione – Tra due anni ci saranno 16 mila laureati, cioè il doppio rispetto alla media attuale. Già in quel momento vedremo che cosa potrebbe succedere senza il numero chiuso». «Se si rendesse libero l’accesso alla facoltà – aggiunge Roberta, 35enne che sogna la specializzazione a Sassari – i nuovi medici entrerebbero in servizio non prima del 2030. Ora noi stiamo salvando il sistema sanitario, visto che in quasi tutte le regioni ci fanno lavorare nei reparti anche senza specializzazione».

La Stampa