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La Regione possiede 30 mufloni. Li mette all’asta: costano troppo

La “Spending review” campana. Acquistati 20 anni fa da Corsica e Sardegna per la foresta di Cerreta-Cognole, in provincia di Salerno

NAPOLI — Tempi di crisi, le amministrazioni pubbliche provano a fare cassa in ogni modo, compresi quelli più creativi. La regione Campania non fa eccezione ed ecco che sforna un’asta davvero particolare, quella relativa ai mufloni. Sì, proprio loro, gli ungulati originari della Sardegna e della Corsica, i maschi dei quali esibiscono lunghe corna ricurve che crescono in continuazione. Orgoglio e condanna, per i quadrupedi; pare infatti che quelle poderose impalcature rappresentino un trofeo particolarmente ambito dai cacciatori. I mufloni di cui sopra, quelli che palazzo Santa Lucia si appresta ad alienare, vivono in provincia di Salerno, nel centro regionale di produzione della selvaggina ricavato all’interno della foresta demaniale Cerreta-Cognole. Un polmone di verde vasto più di 800 ettari quasi al confine con la Basilicata, affidati ad una quindicina di operai idraulico forestali che ricevono lo stipendio a singhiozzo. Nei cieli volteggiano i rapaci e nei boschi trotterellano cinghiali, daini ed altri quadrupedi. Compreso, assicura il sito della Regione, il lupo.

L’AREA VERDE – La foresta è insomma un’area da tutelare, da valorizzare, da far conoscere ed infatti è meta ogni anno di visite delle scolaresche, di campi estivi degli scout, di passeggiate delle famiglie che organizzano opulenti quanto distensivi pranzi all’aperto.

Ma cosa ci fanno, in un contesto del genere, i mufloni? Il fatto è che alcuni anni fa – difficile dire quanti, anche perché non è che dagli uffici regionali ci tengano a fornire notizie particolarmente dettagliate – qualcuno dei dirigenti del settore decise, improvvidamente, che a Cerreta-Cognole anche i mufloni avrebbero fatto la loro degna figura, in mezzo alle capre, ai cavalli, ai cervi. Dal pensiero all’azione, il passo fu beve. Ecco dunque che alcuni esemplari di questo ungulato furono portati nel sito regionale e collocati nel loro bel recinto. Maschi e femmine, inevitabile la scintilla perché, come scrisse un bel po’ di anni fa Virgilio, che di queste cose se ne intendeva, omnia vincit amor, l’amore prevale su tutto. Amore fu, dunque. O, meglio, istinto riproduttivo.

IL SEQUESTRO – I mufloni di Palazzo Santa Lucia sono perciò adesso una trentina e mantenerli costa un bel po’ di quattrini. Lo sanno bene i funzionari regionali e lo sa ancor meglio la Procura della Repubblica di Sala Consilina, che ha caldamente suggerito alla Regione di disfarsi dei quadrupedi. Un invito da non sottovalutare: il centro di produzione della selvaggina è infatti ormai da tre anni sottoposto alla supervisione delle toghe. Dall’otto settembre 2009, per la precisione, quando il tribunale del Riesame di Salerno ne dispose il sequestro, che fu eseguito dal corpo Forestale di Napoli. Operazione Obelix, fu definita l’inchiesta, perché gli inquirenti avevano ipotizzato che gli spazi regionali ospitavano un numero spropositato di cinghiali e che gli stessi fossero stati spesso venduti a privati in mancanza delle autorizzazioni sanitarie e nell’assoluta inosservanza della normativa che disciplina queste attività.

PESO ECONOMICO – Furono infatti indagate e rinviate a giudizio cinque persone, tra funzionari e dirigenti. C’è stata una sentenza di primo grado, con alcune condanne. Gli imputati hanno già presentato ricorso in appello. E’ dunque in questo contesto tutt’altro che semplice che i poveri mufloni rischiano di pagare per tutti. Fino a qualche anno fa erano presenze esotiche da esibire, come mirabolanti tappezzerie d’oltremare nelle case degli arricchiti. Ora sono solo un peso economico da dismettere quanto prima. L’avviso di vendita, pubblicato sul bollettino ufficiale della Regione e firmato dal dirigente del settore, Dario Russo, stabilisce anche i prezzi base dell’asta: 146 euro ogni maschio, 120 le femmine, 86 euro i capi fino ad un anno di età. Si vende, insomma, e lo si fa pure in saldo. D’altronde, un anno fa, l’asta andò deserta. La Regione ci riprova, dunque, con prezzi d’occasione. Il ritiro dei capi, puntualizza l’avviso, è in loco e riguarda gli esemplari vivi. Per poco, vien da pensare, perché è assai probabile che i malcapitati mufloni finiscano macellati e poi siano serviti nel piatto dei clienti di un qualche ristorante o di un qualche agriturismo. Come cinghiali qualsiasi, a dispetto delle corna imponenti e delle altere origini sarde.

Corriere.it – 16 maggio 2012

 

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