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La riforma che ferma le guerre degli alpeggi. Il 10% della superficie destinata in modo perpetuo a uso agricolo, boschivo e pastorale

Maurizio Tropeano. La Camera dei Deputati ha approvato, praticamente all’unanimità, il riordino dei domini collettivi. Si tratta di 1,66 milioni di ettari, cioè il 9,77% della superficie agraria italiana legate al godimento di specifiche estensioni di terra, abitualmente riservate a un uso agro e silvo-pastorale e di boschi da parte di una determinata comunità territoriale. Si tratta di un consistente patrimonio che fa capo a che fa capo circa 2500 soggetti in maggioranza pubblici e la legge riconosce e tutela anche i diritti di uso e di gestione collettivi preesistenti alla costituzione dello Stato italiano e delle comunioni familiari esistenti nei territori montani. I beni collettivi che costituiscono il patrimonio civico sono «inalienabili, indivisibili, inusucapibili e a perpetua destinazione agro-silvo-pastorale». Su questi beni è imposto il vincolo paesaggistico.

Il riordino delle norme sugli usi civici che fino ad oggi non ha mai avuto contorni chiari su competenze e poteri divisi tra comunanze, università agrarie e altre proprietà collettive, dovrebbe permettere di porre fine a quella che negli anni era negli anni scorsi aveva portato ad una «guerra» tra gli alpeggi, soprattutto sulla gestione dei pascoli per conto-terzi anche con strascichi di carattere giudiziario. Quelle norme, poi, potrebbero anche dare certezze e incentivare anche semplici attività di manutenzione del terreno. Secondo i calcoli della regione Piemonte che ha fatto una legge sull’uso dei pascoli da quell’attività si possono guadagnare fino a 250/300 mila euro l’anno. Coldiretti, poi, mette in luce una novità contenuta in questa legge di riordino che prevede, nel caso di assegnazione di terre o beni collettivi venga data priorità «ai giovani agricoltori».

Intanto continua la stasi nel mercato fondiario con un livello dei prezzi che, in media, non si discosta da quanto registrato l’anno prima. È quanto emerge dall’indagine annuale 2016 sul mercato fondiario, curata dalle postazioni regionali del Centro di ricerca Politiche e Bioeconomia. Nel 2016 il prezzo medio si è attestato poco sotto i 20.000 euro per ettaro con una variazione negativa rispetto al 2015 dello -0,1%. Più significative le diminuzioni registrate nella montagna interna e in pianura e nel Nord est e nel Centro Italia mentre le zone collinari del Nord Ovest e delle isole presentano una leggera tendenza al rialzo. Secondo i ricercatori del Crea «la variazione positiva delle zone collinari riflette l’interesse per i terreni vitati che caratterizza ormai da oltre un decennio alcune zone di pregio, grazie ai favorevoli andamenti del mercato vitivinicolo». Nel caso delle zone di pianura, invece, «il processo di aggiustamento dei prezzi della terra, iniziato qualche anno fa, non è ancora terminato».

Che cosa sta succedendo? La crisi economica di alcuni settori, esacerbata dalla volatilità dei mercati, riduce le aspettative degli agricoltori che sono maggiormente propensi ad investire. Secondo i ricercatori «il fattore terra rimane al centro degli obiettivi di crescita delle aziende più dinamiche, ma visti i valori elevati – soprattutto se comparati con la redditività delle colture di pieno campo e della zootecnica bovina – gli operatori si orientano verso l’affitto, mentre l’acquisto di terra legato anche alle strategie di risparmio delle famiglie agricole viene rinviato in attesa di prospettive di sviluppo meno incerte».

Gli operatori, insomma, continuano a segnalare il perdurare di una scarsa attività di scambio, ma i dati Istat sull’attività notarile fanno emergere una positiva inversione di tendenza da cui emerge che il numero di compravendite di terreni agricoli è aumentato del 9% nel 2016 rispetto all’anno precedente. Si tratterebbe del secondo anno consecutivo di crescita dopo 8 anni di continue riduzioni che hanno portato le compravendite a circa il 60% di quanto si registrava dieci anni fa.

La Stampa – 29 ottobre 2017

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