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La riforma fiscale parte in salita su patrimoniale e mini flat tax. Intesa in Bicamerale per ridurre l’aliquota oggi al 38 per cento. Vantaggi per 7 milioni di contribuenti

Repubblica. Parte in salita la riforma del fisco chiesta dal Recovery Plan e che il governo si è impegnato a varare, sotto forma di legge delega, entro il 31 luglio. Le prime bozze della Commissione “bicamerale” D’Alfonso- Marattin, circolate ieri, che dovranno essere completate e votate entro fine mese, segnano punti di intesa tra tutti i partiti, ma anche differenze, al momento inconciliabili, su tassa patrimoniale e mini-flat tax: cioè tra una parte del Pd più Leu e il centrodestra capeggiato dalla Lega.
Mentre sulla riduzione delle aliquote Irpef, in particolare quella del 38 per cento (circa 7 milioni di contribuenti tra i 28 e i 55 mila euro di reddito), c’è convergenza, come pure c’è intesa sull’abbandono dell’Irap, sui due temi che maggiormente animano il dibattito fiscale da tempo non c’è accordo. Tant’è che tra le ventuno pagine del documento elaborato dalla “Bicamerale” del Fisco il paragrafo «Regime forfettario » e quello «Riordino della tassazione patrimoniale» sono rimasti in bianco con la dicitura «nodo politico da sciogliere».
Nel documento non figura neanche la proposta del segretario del Pd Enrico Letta formulata nei giorni scorsi, scatenando un vasto dibattito, sul rafforzamento della tassa di successione, che incide sui patrimoni, per finanziare un grant per i giovani. Tema sensibile quello della patrimoniale sul quale lo scontro continuerà: ieri Sinistra Italiana per tutta risposta ha dato avvio ad una raccolta di firme per introdurre il nuovo prelievo.
Come è sensibile il tema delle forfettizzazioni: la più importante è la cosiddetta mini flat tax, introdotta dal governo gialloverde su spinta leghista, che prevede il pagamento del 15 per cento di Irpef-Iva-Irap per gli autonomi con ricavi sotto i 65 mila euro. E ieri Cgil-Cisl-Uil hanno chiesto subito di aprire il confronto con il governo puntando l’indice, tra l’altro, proprio sulla mini flat tax.
La Commissione, che ha condotto per quattro mesi l’”indagine conoscitiva, totalizzando 61 audizioni, ha raggiunto comunque alcuni punti fermi. Vediamo quali.
Meno Irpef e via l’Irap
L’idea è quella di ridisegnare l’Irpef per semplificare e stimolare la crescita. Il peso è eccessivo: l’aliquota implicita di tassazione sul lavoro è del 42,7 per cento (la terza più alta) a fronte di una media dell’Eurozona del 38,6. La Commissione propone di tagliare l’aliquota del 38 per cento. Addio anche all’Irap e convergenza sulla modifica delle aliquote Iva.
Resta in ballo il modello tedesco
Come tagliare? Uno dei problemi è quello della cosiddetta aliquota marginale effettiva, cioè quanto si paga di più per ogni aumento di stipendio o straordinario: ebbene oltre il 20 per cento dei lavoratori dipendenti ha una aliquota marginale effettiva superiore al 43 per cento e appartiene alla categoria dei contribuenti medio bassi. L’aliquota lineare “alla tedesca” sarebbe una soluzione (viene presa in considerazione sebbene come subordinata).
Rendite finanziarie nel mirino
Nel documento non c’è l’indicazione di una nuova aliquota per i redditi finanziari oggi tassati al 26 per cento (dividendi, obbligazioni, certificati di deposito) e al 12,5 per i titoli di Stato. Si dice solo che si continuerà a tenerli fuori dall’Irpef allineandoli alla nuova prima aliquota (oggi è del 23). In questo caso alcune rendite diminuirebbero e altre salirebbero.
Addio al quoziente
La Commissione scioglie il vecchio nodo del quoziente familiare alla francese costante del dibattito fiscale. Dice no e si schiera a favore della tassazione individuale perché altrimenti si disincentiverebbe il lavoro femminile.

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