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La riforma Pa «taglia» cento decreti. Con una disposizione contenuta nella delega il Governo punta a sfoltire i provvedimenti applicativi in lista d’attesa

Ci sono almeno cento decreti attuativi in procinto di uscire di scena. È lo scenario prefigurato dalla norma, contenuta nella riforma della pubblica amministrazione, con la quale si è deciso di fare pulizia degli atti previsti per rendere efficaci le leggi e che ci si è resi conto non essere più necessari ma anzi appesantiscono l’attività legislativa dei ministeri.

Il quadro sarà più chiaro dopo l’estate, quando i dicasteri avvieranno il monitoraggio per capire quali regolamenti in lista d’attesa far arrivare al traguardo e quali, invece, abbandonare. Il Governo raccoglierà le indicazioni e con uno o più decreti legislativi taglierà o modificherà le norme che prevedono il ricorso a provvedimenti di attuazione con il tempo diventati inutili.

L’operazione dovrebbe concludersi entro l’autunno – la norma assegna a Palazzo Chigi tre mesi dall’entrata in vigore della riforma della Pa per predisporre lo sfoltimento – ma già ora si conosce il numero di atti da cui si selezioneranno quelli destinati a morire. Si tratta di 565 provvedimenti attuativi previsti dalle riforme degli ultimi tre Governi, quelli di Mario Monti, di Enrico Letta e l’attuale di Matteo Renzi. Quegli atti, per la gran parte decreti, sono ciò che ancora resta da attuare del totale di quasi 1.500 regolamenti di attuazione a cui hanno rimandato decreti legge e leggi approvati negli ultimi tre anni e mezzo. La tagliola, infatti, cadrà solo sulle disposizioni attuative previste a partire dal 1° gennaio 2012.

Difficile dire al momento con precisione quanti di quei 565 atti in lista d’attesa non avranno più ragione di esistere. Anche al ministero delle Riforme costituzionali, che tiene sotto controllo l’andamento dell’attuazione delle leggi, sottolineano che non sono stati fatti calcoli.

«Saranno comunque centinaia», afferma Giorgio Pagliari, il senatore Pd che ha fatto da relatore alla riforma della Pa e ha presentato in commissione Affari costituzionali l’emendamento che ha introdotto il taglia-decreti. Stima più che plausibile, se si pensa che si dovrà lavorare su uno stock di 565 provvedimenti e che seppure non si considerano – per una questione anagrafica – la gran parte dei 298 provvedimenti attuativi messi in campo dal Governo Renzi, rimangono pur sempre 267 decreti che rimontano ai Governi Monti e Letta. Regolamenti che attendono di vedere il traguardo da anni. Per molti di loro, pertanto, il varo può aver perso senso. Nel frattempo, infatti, possono – ed è il caso più frequente – essere stati sorpassati da nuove norme.

A giovarne dovrebbe essere il processo legislativo, con i ministeri e gli altri apparati che si potranno concentrare sui decreti veramente necessari e lasciar cadere quelli inutili. «La novità – aggiunge Pagliari – permette di accelerare l’attuazione e di non vanificare l’attività legislativa quando è legata all’approvazione di provvedimenti applicativi».

Consente anche di riportare ordine nel quadro normativo, perché i decreti con i quali il Governo potrà abrogare o modificare le disposizioni che prevedono provvedimenti non legislativi di attuazione (dunque, decreti ministeriali, Dpcm, Dpr, altri atti amministrativi), serviranno anche per dare coerenza giuridica all’insieme del sistema di regole.

Fondamentale è, però, che l’attuazione troverà meno ostacoli sul proprio cammino. Tanto più che con l’altra norma, sempre contenuta nella riforma della Pa, sul silenzio-assenso vengono assegnati tempi certi per il concerto tra ministeri sui provvedimenti amministrativi. Dunque, anche i decreti attuativi.

Il concerto – in particolare, quando coinvolge più amministrazioni – rallenta, infatti, l’iter dei provvedimenti attuativi e spesso ne decreta (talvolta, scientemente da parte delle burocrazie ministeriali) la loro morte. Un vero e proprio collo di bottiglia che il Governo aveva già messo nel mirino, ma senza successo. Ora si tenta di far saltare quel vincolo imponendo alle amministrazioni di esprimere il loro parere entro trenta giorni (che diventano novanta nel caso di tutela paesaggistica, beni culturali e salute) dal momento in cui si riceve il provvedimento su cui esercitare il concerto. Trascorsi i trenta giorni, il parere o il nullaosta si intendono comunque acquisiti e nel caso le amministrazioni non riescano a mettersi d’accordo, la decisione passa nelle mani di Palazzo Chigi.

Sul combinato delle due nuove norme scommette, dunque, l’attuazione, che però dovrebbe avere dalla sua anche un’attività legislativa meno frenetica, evitando di sfornare regole che cambiano nel giro anche di pochi mesi.

Il Sole 24 Ore – 10 luglio 2014 

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