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La sanità italiana si regge sui medici specializzandi: giovani e sfruttati. Per questo sempre di più rinunciano alle borse di studio

di Gloria Riva, L’Espresso. «Sono preoccupata. Il turno nei reparti lo svolgo da sola e mentre sono lì devo capire quando dare i farmaci per abbassare la pressione o somministrare il sedativo ai pazienti agitati. Nessuno controlla. E se dovesse succedere qualcosa? Sono pur sempre al primo anno», scrive una specializzanda dell’Università La Sapienza di Roma. Sta studiando Anestesia e Rianimazione e fa pratica all’ospedale Sant’Andrea di Roma. La sua borsa di studio è iniziata a novembre, ha sulle spalle una manciata di mesi di pratica, si sente insicura, riconosce di non avere sufficiente dimestichezza per garantire ai pazienti una corretta diagnosi, una cura adeguata. Nonostante questo visita i pazienti, firma le dimissioni e svolge in solitaria il turno delle cartelle anestesiologiche, perché in reparto non si vedono né medici strutturati né professori della scuola di specializzazione, nessuno a cui chiedere consiglio. Non è un caso isolato: lo conferma Massimo Minerva, presidente dell’Associazione Liberi Specializzandi, Als, a tutela dei giovani medici, che ha deciso di rendere pubbliche le segnalazioni dei camici bianchi in formazione e le illegalità che interessano le scuole di specializzazione, per porre un freno a una deriva pericolosa «per la salute e la vita dei pazienti», dice Minerva, che racconta a L’Espresso i massicci livelli di sfruttamento a cui i medici sono quotidianamente sottoposti.

La pandemia e una pessima gestione delle borse di studio ha svuotato gli ospedali di medici, specialmente nei Pronto Soccorso e nelle sale chirurgiche. Per questo gli specializzandi – i medici che hanno terminato la laurea in Medicina e Chirurgia e stanno compiendo un percorso formativo quinquennale per diventare specialisti – vengono mandati nei reparti, spesso da soli, in prima linea e sfruttati a più non posso, con turni che in alcuni casi superano le 300 ore mensili, oltre il doppio del limite legale di 38 ore settimanali. L’esasperazione degli studenti è alle stelle, al punto che da novembre a oggi 846 giovani hanno abbandonato la borsa di studio: «È come se ogni cinque ore uno specializzando dicesse addio alla propria carriera. Finora sono andati in fumo 99 milioni di euro investiti dallo Stato per formare i futuri camici bianchi», commenta Minerva.

La criticità maggiore è il sovraccarico di ore di lavoro. Lo confermano le risposte a un questionario che ogni anno gli specializzandi sono tenuti a compilare, ma che di norma non viene integralmente pubblicato. Per errore, il consorzio interuniversitario Almalaurea, chiamato ad analizzare i risultati per conto del ministero dell’Università, ha pubblicato sul proprio sito web i dati integrali dell’ultima indagine ed è emerso che oltre la metà degli specializzandi non riesce a rispettare l’orario previsto dal contratto perché puntualmente viene richiesto di restare più a lungo in reparto. «La qualità di vita è infima e viene lesa la dignità della mia persona», scrive un giovane medico. Ad esempio, agli specializzandi di Chirurgia Generale dell’azienda ospedaliera universitaria di Verona è stato consegnato un orario turni che supera le 250 ore mensili, violando qualsiasi direttiva europea e nazionale sul rispetto delle pause e dei riposi. E sempre a Verona, a causa della carenza di organico, gli specializzandi vengono mandati in sala operatoria a fare le veci dei medici anestesisti, perché l’ospedale non ha abbastanza organico per stare al passo con la programmazione degli interventi chirurgici. Lo stesso vale per la chirurgia pediatrica, dove al posto di un dottore strutturato c’è un medico in formazione.

La situazione più critica è nei Pronto Soccorso. Dall’inizio dell’anno 600 camici bianchi dell’emergenza e urgenza si sono dimessi. Complessivamente servirebbero cinquemila medici per far marciare i Pronto Soccorso a regime, invece mancano persino le reclute. Il ministero della Salute, guidato da Roberto Speranza, in autunno aveva aumentato il numero di borse di studio per gli specializzandi – lo scorso anno ne sono state bandite 18.397, più del doppio di quelle disponibili due anni fa -, così da rispondere alla carenza di personale degli ospedali. Tuttavia i giovani aspiranti hanno scelto in massa le specialità più ambite, aggravando ulteriormente la situazione in quelle meno appetibili. Ad esempio, si sono esaurite le borse di cardiologia, oculistica, chirurgia plastica, dermatologia e pediatria, mentre a fronte di 1152 posti disponibili per l’emergenza urgenza, 626 non sono stati assegnati. Stesso discorso per gli anestesisti: su 2.100 borse, 166 non sono state occupate.

«Finché il lavoro in emergenza urgenza non sarà attrattivo ed economicamente competitivo, questi dati non devono stupire», spiega Fabio De Iaco, presidente Simeu, Società Italiana di medicina emergenza-urgenza, che continua: «Il lavoro nei Pronto Soccorso non è appetibile dal punto di vista economico, perché non c’è la possibilità di avere extra guadagni dalla libera professione; e ha un livello di gravosità fisico e psichico decisamente superiore alle altre specialità. Serve una contropartita economica, una più veloce progressione di carriera e una compensazione all’usura». Nel momento in cui in Italia chiudono cinque Pronto soccorso al mese per carenza di personale «gli specializzandi sono l’unico serbatoio di medici che potrebbe aiutarci ad affrontare questa grave crisi», afferma De Iaco, anche se al momento il suo appello resta lettera morta.

Sul fronte degli anestesisti, il presidente di Aaroi-Emac, Alessandro Vergallo se da un lato auspica che il numero di borsisti resti elevato anche nei prossimi anni, nella speranza di risolvere la penuria di medici anestesisti e rianimatori degli ospedali, dall’altro fa notare che le scuole di specializzazione non sono pronte ad accogliere un numero di giovani medici più che triplicato rispetto agli anni precedenti: «Serve un adeguamento del sistema di formazione». La conferma viene da Federica Viola, giovane medico e presidente di Federspecializzandi: «Fino al 2019 le borse messe a bando erano davvero poche, non più di sei-otto mila all’anno, su un bacino di circa 16mila aspiranti. Puntualmente si creava l’imbuto formativo», ovvero si lasciava la metà dei laureati in medicina, che non era riuscita ad accedere alla specialità, in un limbo: in attesa di futuri concorsi o costretto a migrare all’estero.

«L’aumento delle borse di studio ha eliminato questo problema, ma ora facciamo i conti con una grossa perdita formativa provocata dalla pandemia e aggravata dal mancato adeguamento delle scuole». Nei mesi più duri del Covid-19 le sale chirurgiche sono rimaste a lungo chiuse e gli specializzandi non hanno fatto pratica chirurgica e «all’innalzamento del numero delle borse di studio non non è seguito un l’adeguamento dell’offerta formativa. Ci sono giovani specializzandi senza tutor, senza professori di riferimento, spesso usati per compilare cartelle e lettere di dimissione e che, alla fine del percorso, avranno svolto pochissima pratica. Questo è grave, soprattutto per la salute dei pazienti».

Per identificare le scuole meno performanti è sufficiente analizzare le risposte degli specializzandi al questionario annuale. Uno dei quesiti domanda «quanto si ritiene soddisfatto della scuola di specializzazione?» e un terzo delle 988 scuole non raggiunge la sufficienza. Una cinquantina di scuole ha ricevuto un giudizio inferiore a quattro: voto uno alla scuola di Medicina del Lavoro di Verona e alla Cardiochirurgia di Roma Tor Vergata, voto due a Urologia de l’Aquila e Chirurgia vascolare di Pavia. Si potrebbe intuire lo scarso appeal di alcune scuole anche dai livelli di abbandono e dalle richieste di nulla osta, che in alcuni ospedali superano il cinquanta per cento. «Sono informazioni che l’Osservatorio nazionale per la formazione specialistica potrebbe utilizzare per migliorare la qualità dell’offerta formativa, ma che non vengono assolutamente tenute in considerazione», afferma Minerva. L’Osservatorio è un organo composto da tre rappresentanti del ministero dell’Università, tre del ministero della Salute, tre presidi della facoltà di Medicina e chirurgia, tre rappresentanti delle Regioni e tre medici in formazione. Tuttavia nel corso di quest’anno i tre specializzandi non sono più stati nominati: «L’Osservatorio dovrebbe tutelare la qualità formativa delle scuole di specializzazione e in questi mesi sta continuando a prendere decisioni importanti, come l’accreditamento delle scuole», dice Federica Viola di Federspecializzandi.

Per sollevare l’attenzione sulle numerose irregolarità commesse dall’Osservatorio nell’accreditamento delle Scuole di formazione, Massimo Minerva sta inviando a tutti i membri dell’Osservatorio e ad alcuni giornalisti una lettera quotidiana per segnalare ogni giorno una nuova anomalia. Ad esempio, la Federico II di Napoli dichiara di avere un dipartimento di Emergenza e Urgenza, mentre non ha neppure il Pronto soccorso. All’Ospedale Vanvitelli dell’Università campana la scuola di Ginecologia e ostetricia dichiara di svolgere mille parti, mentre secondo i dati Agenas, agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, le nascite sono 850. Anche l’Università di Bari non raggiunge il numero minimo di nascite, ma la specialità di Ginecologia è stata accreditata. A Salerno, dove uno specializzando ha accusato il proprio professore, Nicola Maffulli, direttore della scuola di Ortopedia, di costringere gli studenti a fare le flessioni qualora i giovani medici si fossero presentati in ritardo in reparto, non viene raggiunto il numero degli interventi minimo.

Sono circa un centinaio le scuole di specializzazione accreditate nonostante non vi sia il personale docente, la rete formativa e i volumi assistenziali minimi, eppure l’osservatorio continua a accreditare queste scuole: «Succede perché gli ospedali afferenti all’università non vogliono perdere i vantaggi derivanti dall’avere specializzandi. Una scuola di specializzazione dà lustro all’ospedale e consente di avere manodopera gratuita nei reparto, visto che la borsa di studio (sono 1.650 euro al mese) viene pagata dall’università. Anche l’università ha interesse a non perdere l’accreditamento, perché questi medici pagano circa duemila euro annui di tasse universitarie», spiega Minerva.

Nonostante le costanti segnalazioni, l’osservatorio, presieduto da Eugenio Gaudio, già rettore della Sapienza di Roma, e assorto agli onori della cronaca per aver rinunciato alla carica di commissario straordinario alla Sanità della Regione Calabria il giorno dopo la sua nomina per motivi famigliari, continua a confermare le scuole non a norma. E in queste settimane i membri dell’osservatorio stanno predisponendo una modifica che consentirebbe alle scuole di ottenere una validità non più annuale, bensì biennale per l’accreditamento. Gli studenti si sarebbero opposti, ma nell’Osservatorio non hanno più voce in capitolo, perché nessuno sembra avere il tempo per nominarli.

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