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La scienza al museo scopre il tutto esaurito. Lunghe file per ammirare fossili, scheletri e animazioni. Tre anni da record Il pubblico chiede di sapere di più su natura, salute e hi-tech. Divertendosi

Lunghe attese prima di entrare e poi visite che durano in media quattro ore. E in esposizione non c’è il dipinto di Leonardo o la scultura di Giacometti, ci sono fossili, scheletri e animazioni. La punta di diamante è il Museo delle scienze di Trento, ma sono i dati generali a dimostrare nuove curiosità nei frequentatori di musei.

Gli italiani hanno scoperto che anche la natura e la tecnologia hanno i loro beni culturali e che val la pena vederli non soltanto al Deutsches Museum di Monaco di Baviera o al Natural History Museum di Londra.

Aperto soltanto tre anni fa, il Muse di Trento va oltre ogni più rosea previsione. Con i suoi oltre 542mila visitatori nel 2015 è tra i dieci musei e siti più visitati in Italia, fa meglio della Galleria Borghese di Roma e della reggia di Caserta nel 2016. Certo, al primo posto della classifica nel nostro Paese restano il Colosseo, gli scavi di Pompei e la Galleria degli Uffizi, ma il Muse inaugura la prima volta di un museo scientifico tra i primi dieci. I suoi numeri sono sorprendenti: dall’apertura, a luglio, fino a dicembre 2013 i visitatori erano stati 224.597, il numero è più che raddoppiato nel 2014, è cresciuto ancora nel 2015 e i dati parziali del 2016 sono un boom. L’onda lunga dell’effetto “Samantha Cristoforetti”, la diffusione della scienza dei cittadini, l’impegno per la divulgazione di iniziative come la notte dei ricercatori hanno un effetto anche sulle collezioni italiane. «I musei scientifici stanno cambiando perché sono cambiati i visitatori – conferma Fausto Barbagli, presidente dell’Anms, l’Associazione nazionale musei scientifici – . Chi visita un museo di storia naturale o di anatomia non cerca soltanto divulgazione, vuole partecipare e ottenere informazioni che gli servano nella vita quotidiana. Si vuole conoscere di più sulla salute, la tecnologia e lo si vuole fare divertendosi ». Al museo-intrattenimento all’estero sono arrivati prima di noi e cominciano già a discuterlo, tanto che è di questi giorni il sasso nello stagno delle polemiche lanciato da Brian Switek, giornalista scientifico collaboratore di National Geographic, New Scientist e Wall Street Journal, che denuncia una eccessiva attenzione all’intrattenimento, una deriva da luna park che non aiuta, secondo lui, l’amore duro e puro per la scienza: «I musei una volta erano concepiti come fonti di ispirazione, il nome indica “il luogo sacro delle muse”. Nell’interpretazione del 21° secolo invece, ci aspettiamo servano soprattutto a far divertire i ragazzini».

«Il nostro obiettivo è didattico e per questo usiamo strategie precise – ribatte Barbagli vogliamo fare formazione, divulgazione e sviluppare insieme il pensiero scientifico. Se l’aspetto ricreativo serve a scardinare alcuni preconcetti, è soltanto positivo».

Al successo dei musei scientifici ha contribuito una rete di relazioni stabilita tra più enti. Nessuna delle collezioni italiane di storia naturale, zoologia o anatomia fa capo al ministero dei Beni culturali, ma lo scorso maggio il ministro Franceschini ha sottoscritto con l’Anms un accordo attuativo per la valorizzazione e l’integrazione dei musei scientifici nel sistema museale nazionale.

«Un passo avanti si era già avuto nel 2014 – sottolinea Barbagli – quando la riforma Franceschini ha riconosciuto i reperti scientifici come beni culturali e ora la sfida è censirli e farli conoscere a un pubblico sempre più vasto».

State già lavorando in questa direzione? «Abbiano varato un progetto con il Miur, visto che molte collezioni appartengono alle Università, per mappare questo patrimonio ricchissimo – aggiunge Barbagli – . Basta l’esempio del Museo di storia naturale di Firenze, dove sono custoditi oltre 8 milioni di esemplari, 4 milioni di fogli di erbario, 1 milione e 200mila insetti.

È un tesoro non soltanto per la divulgazione e per il suo valore storico inestimabile, ma per importanza di studio. Ciascuno dei nostri musei scientifici potrebbe farne altri dieci, senza doppioni, e ogni visitatore che catturiamo è un cittadino più attento all’ambiente e all’importanza della ricerca».

Repubblica – 31 ottobre 2016 

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