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La seconda opinione è un diritto. Troppi medici vivono come «lesa maestà» il parere chiesto a un altro dottore

di Riccardo Renzi. È normale che i giornali, di carta e online, che si occupano di salute ricevano spesso lettere di pazienti che si lamentano dei loro medici, di cui denunciano vere o presunte malefatte. L’esperienza ci ha insegnato a gestire queste situazioni, attenti a non criminalizzare nessuno e a non gridare subito allo scandalo di malasanità.

Ma ci sono lamentele per le quali ci sentiamo di prendere immediatamente le parti del paziente: sono i casi in cui i cittadini riferiscono di essere stati letteralmente maltrattati da un medico perché si sono rivolti anche a un altro specialista per avere conferma di una diagnosi o di una prescrizione, per aver richiesto in pratica la famosa second opinion . Pensavamo che questa giusta prassi fosse ormai accettata e «digerita» anche dai medici italiani, ma evidentemente non è così, vista la maggior frequenza di queste segnalazioni.

Ora , fermo restando che di questi tempi sta diventando un lusso ottenere anche la prima opinione, è bene ricordare che quelli che possono o riescono con il Servizio sanitario nazionale a ottenerne anche una seconda, non fanno che esercitare un loro diritto, che deve essere rispettato dal medico. A fronte di una diagnosi importante, la seconda opinione, fornita da uno specialista e non da medici improvvisati o santoni, non solo è una possibilità in difesa del paziente (e infatti è citata nella Carta dei diritti del malato proposta da Umberto Veronesi), ma è anche una buona regola sanitaria. Non a caso si tratta di una prassi riconosciuta e promossa (per alcune diagnosi, obbligatoria) da diversi sistemi sanitari e dalle assicurazioni private americane, se non altro perché una diagnosi sbagliata è anche uno spreco di risorse. È inoltre accertato che il paziente confortato e rassicurato da una seconda opinione è un paziente migliore, perché accetta e aderisce meglio alle cure. Aldilà poi delle regole razionali, etiche o economiche, sarebbe bene che venisse semplicemente riconosciuto un «diritto all’ansia» del malato, negli studi medici dove la seconda opinione è vista come un insulto alla professione (o all’ego ipertrofico del titolare) e anche nei Pronto soccorso, dove si fa pagare il ticket a quelli che si sentono male, ma che non dimostrano di avere qualcosa di grave. Perché il medico che non sa valutare e accettare le paure dei malati non è un buon medico.

Corriere.it – 12 maggio 2014 

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