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Sicilia (e non solo) non ha neanche centro per emergenze

Ormai è scontro a tutto campo tra la Regione siciliana e la protezione civile nazionale. L’alluvione che ha colpito Catania ha fatto saltare il tombino del conflitto strisciante che va avanti dal 2004. Risale a quell’anno l’ordine perentorio della Protezione civile a tutte le regioni di dotarsi di un centro funzionale autonomo.

La Sicilia se n’è infischiata. E con l’isola altre quattro regioni: l’Abruzzo, reduce peraltro da terremoto devastante (oltre 330 morti) del 6 aprile 2009, la Basilicata e la Puglia – due delle regioni del Mezzogiorno che menano vanto della loro buona amministrazione – e la Sardegna, non soddisfatta del nubifragio che colpì l’isola nell’ottobre del 2008 in cui persero la vita tre persone. Un centro funzionale autonomo è una struttura capace di monitorare e prevedere con buon anticipo i fenomeni meteorologici che coinvolgeranno parti più o meno estese di una regione. Una struttura fondamentale, di cui peraltro le due isole e regioni a statuto speciale – quindi con bilanci che trattengono oltre il 90% delle tasse versate dai contribuenti – non hanno sentito il dovere di dotarsi malgrado siano trascorsi nove lunghi anni. La Sicilia, che come sempre ama distinguersi per efficienza, è in una situazione ancor più critica. La sede della protezione civile regionale è in un palazzo di sei piani, preso in affitto dalla Regione, alle spalle di via Ruggero Settimo, nel pieno e caoticissimo centro storico del capoluogo siciliano. Cinque piani sono occupati dalla Protezione civile, uno addirittura da una compagnia di assicurazioni che lì ha i suoi uffici. La struttura si affaccia su via Abela, una viuzza larga sì e no quattro metri che si percorre in un unico senso di marcia. Parcheggi per i mezzi d’emergenza? Nessuno. “Non è un luogo ideale” ammette l’ingegner Pietro Lo Monaco, da tre anni capo della protezione civile, ora in attesa di nuovo incarico a causa della mancata riconferma da parte del neogovernatore Rosario Crocetta. Che preso da problemi più urgenti non si decide a firmare la nomina del vice di Lo Monaco, Calogero Foti. Resisterebbe a un sisma del quinto o sesto grado della scala Richter la centrale operativa che dovrebbe coordinare i soccorsi in casi di disastri che abbiano come teatro la Sicilia, la regione con il vulcano più alto d’Europa e la sua costa orientale esposta a terremoti della massima potenza? Una domanda alla quale nessuno se la sente di rispondere. La Regione ha dato il via alla costruzione di un nuovo quartier generale della Protezione civile nei pressi del vecchio aeroporto di Boccadifalco, che già ospita una base elicotteristica e i mezzi di pronto intervento. “In Sicilia possiamo contare su 530 associazioni di volontariato” dice con orgoglio Lo Monaco. Ma quando la Protezione civile romana gli ha chiesto “se la città di Catania fosse dotata di un piano aggiornato, e magari esercitato, di protezione civile, unico strumento che possa garantire la tutela dei cittadini”, il direttore generale in prorogatio ha risposto polemicamente: “E mica lo devo dire a Roma se Catania è pronta a fronteggiare situazioni a rischio? Quel piano ovviamente c’è, ma deve essere la Prefettura a girarlo a Roma, non noi”. Se un cittadino qualsiasi avesse dei dubbi su come funziona il federalismo all’italiana partorito nel 2001 dalla riforma del titolo V della Costituzione, può ricavarne quale indizio da questa apparentemente piccola e poco edificante vicenda. Una babele di leggi mai applicate e regolamenti elusi. Sulla pelle dei cittadini.

Il sole 24 Ore – 23 febbraio 2013

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