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La Spagna taglia gli stipendi pubblici

José Luis Zapatero annuncerà a breve nuove misure di carattere sociale e a favore delle Pmi. Lo ha detto nei giorni scorsi per tentare di far fronte a una popolarità in picchiata libera e al crescente malumore della popolazione. In effetti, il tasso di disoccupazione è al livello record del 20%, mentre la crescita del Pil sarà quest’anno negativa e attorno all’1% (secondo le ultime stime) nel 2011. Come a dire che la Spagna rimane al limite della recessione e che i tempi della ripresa sono rallentati e in ritardo rispetto a quelli dei principali partner della Ue.

È in quest’ottica che il governo ha deciso che bisogna continuare a “tirare la cinghia” e ha imposto una manovra di risanamento dei conti pubblici (il disavanzo dovrà scendere dall’attuale 9,3% al 6%) e di rilancio dell’economia che prevede pesanti tagli alla spesa pubblica (8%), ai ministeri (in media del 16%), agli stipendi dei dipendenti pubblici (5%), alle regioni e alle opere pubbliche. Così come in precedenza aveva aumentato l’Iva di due punti, aveva abolito l’assegno-bebè di 2.500 euro e soppresso (dal prossimo febbraio) l’aiuto di 426 euro a favore dei senza lavoro di lunga durata.

Si tratta di misure che vanno sicuramente nella giusta direzione, ma non sufficienti per imprimere una svolta. La Spagna soffre infatti sul mercato interno (i consumi sono in sensibile calo), ma anche su quelli internazionali. Le famiglie risparmiano sempre meno perché fanno fatica ad arrivare a fine mese, mentre gli investimenti produttivi sono fermi, in attesa di tempi migliori. Ma ancor più grave è il fatto che ci sono, secondo le stime, almeno 600mila disoccupati che non troveranno più lavoro.

Alla luce di questo scenario gli organismi internazionali invitano la Spagna a cambiare modello economico e ad avviare quelle riforme strutturali necessarie per voltare pagina. Decisa quella del mercato del lavoro (che sarà però riesaminata in quanto ha lasciato tutti insoddisfatti), la Spagna si appresta, nella primavera 2011, a varare quelle delle pensioni e della scuola. Ma anche a investire di più in ricerca e sviluppo.

Il tentativo sul lungo periodo è di gettare le basi per una Spagna più moderna e nel breve di non farsi contagiare dalla crisi di Grecia, Irlanda e Portogallo. Zapatero è convinto che le dimensioni della Spagna siano altra cosa e che la sua affidabilità non sia in discussione. Può darsi, ma i rendimenti dei titoli di stato e il differenziale con il Bund tedesco sono in continua tensione. In discussione, ovviamente, il rischio-paese, ma anche un sistema finanziario che, se da un lato evidenzia eccellenze come Santander e Bbva, dall’altro soffre a causa della crisi delle casse di risparmio. In un mercato dove la liquidità rimane estremamente rarefatta.

22 novembre 2010

 

 

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