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La spesa per la salute è sotto controllo ma gli sprechi negli uffici salgono del 40%. In Molise, Calabria, Campania e Lazio gli esborsi per beni e servizi in rialzo dal 200 al 340%

Il governo chiederà di tagliarli del 5%. Consulenze, convegni e immobili, i costi più alti. Ronald Reagan amava dire «abbi fiducia, ma verifica». A forza di assistere al rituale del governo che taglia e delle Regioni che si lamentano, il lettore potrebbe essere assalito da un dubbio: che abbiano ragione i Chiamparino, i Maroni, gli Zaia?

Il dubbio è legittimo, tutto dipende dall’angolo di osservazione. Prendiamo la sanità: pur avendo fatto marcia indietro sugli aumenti promessi, dal 2000 a oggi i trasferimenti sono aumentati di oltre il 60 per cento. Eppure quel numero non dice granché. Occorre considerare l’inflazione, il tasso di invecchiamento della popolazione, la qualità dei servizi. Prendiamo allora un indicatore più chiaro: l’andamento della spesa in percentuale alla ricchezza prodotta dal Paese. Se il metro è questo non si può sostenere che la sanità italiana sia fra le più costose: la spesa pubblica e privata nel 2014 ha assorbito il 9,2 per cento del Pil, appena un decimale in meno della media europea e della Grecia. In termini assoluti erano 110 miliardi quest’anno, saranno almeno 111 l’anno prossimo. Poiché il bilancio dello Stato ne vale oltre 800, dedicare un ottavo delle nostre tasse alla salute è un compromesso ancora accettabile. Ma allora perché i governi di ogni colore tartassano le Regioni?

I conti non tornano

Una tabella dell’ultimo rapporto della Corte dei Conti lo spiega bene: se prendiamo la spesa totale – quella corrente, per gli investimenti, il pagamento dei debiti arretrati, e i trasferimenti che le stesse Regioni fanno a Province e Comuni – scopriamo che fra il 2011 e il 2014 è salita di ben dieci miliardi di euro: da 201 a 211 miliardi di euro, quasi il 5 per cento in più. In mezzo a questo turbinio di trasferimenti – ricorda il rapporto – il governo Monti ha peraltro distribuito 45 miliardi per il pagamento dei debiti arretrati. Soldi – denuncia la Corte dei Conti – spesso usati per fare altro. Il Piemonte quest’anno ha un bilancio in rosso per sei miliardi di euro e senza un decreto del governo (arriverà a giorni) finirebbe in dissesto.

Le altre spese

Intendiamoci: non è che anni e anni di tagli lineari non abbiano prodotto alcun effetto. La tabella per studi, consulenze, indagini e gettoni di presenza dice ad esempio che fatta eccezione per Liguria (+25 per cento), Marche (+18 per cento) e Abruzzo (+11 per cento) e lo striminzito calo in Calabria (-3 per cento) tutte le Regioni dal 2011 in poi segnano (sulla carta) un taglio a due cifre. La tabella sull’andamento dell’intera spesa corrente, escluse sanità e investimenti, ci riporta alla dura realtà. Quella è la voce che indica meglio di ogni altra quanto ci costa tenere in piedi le Regioni: nel 2014 hanno speso poco meno di 36 miliardi di euro, 1,3 in più del 2011. È un aumento del 3,8 per cento, tutto sommato accettabile. Per inciso, con la manovra per il 2016 il governo gli chiede di rinunciare a circa 1,8 miliardi di quella spesa, il 5 per cento del totale.

Gli sprechi

Indovinate ora dove sono concentrati i rincari? Ebbene sì, «spesa di acquisti per beni e servizi». Fra il 2011 e il 2014 è salita da 5,1 a 7,2 miliardi, il 40 per cento in più. Se nel triennio quella voce è scesa quasi del 30 per cento in Valle D’Aosta, del 13 in Emilia e dell’11 a Bolzano ed è salita solo del tre per cento in Piemonte, nel Molise è volata del 341 per cento, in Calabria del 286 per cento, in Campania del 200 per cento, in Lazio del 194 per cento. E cosa c’è dentro la voce «beni e servizi»? Fra gli altri, «studi, consulenze, indagini e gettoni di presenza», ma anche «combustibili», «cancelleria», «manifestazioni e convegni», «manutenzione di immobili». A proposito di immobili, basti qui citare un aneddoto su una delle amministrazioni considerate fra le più efficienti: da uno studio di Salvatore Vassallo sull’organizzazione della Regione Emilia è emerso che i dipendenti e consulenti in servizio nella sola Bologna, oggi sparsi in otto uffici (otto), potrebbero essere concentrati negli spazi delle due torri della sede centrale, nel quartiere della Fiera. Una norma di legge gli chiede di farlo dal 2011.

La Stampa – 5 novembre 2015 

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