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La storia della carne infetta rimbalza sui tutti i media, ma in realtà non è mai stata venduta. Una grave frode scoperta in tempo

La notizia del cosiddetto “sequestro di carni bovine infette” da parte del Nas di Perugia ieri ha fatto il giro della rete, ma è stata raccontata per lo più in modo impreciso, confondendo i tagli di carne con i capi vivi e gli animali infetti con quelli venduti con marchi auricolari contraffatti. Si è così generato un certo allarme tra i consumatori. Vediamo di fare chiarezza.

Tutto è cominciato nel 2011, quando i carabinieri del Nas di Perugia hanno individuato in alcuni allevamenti tra Perugia e Todi tre focolai di malattie infettive tipiche dei bovini: tubercolosi bovina, brucellosi e blu tongue (lingua blu). Come dichiarato nel comunicato stampa rilasciato dalle forze dell’ordine, gli animali malati nati in aziende dell’Italia meridionale e insulare, venivano fatti passare per sani eludendo i controlli, grazie al coinvolgimento di alcuni veterinari. A questo punto i bovini erano avviati alla macellazione in diverse regioni avvalendosi dell’intermediazione di due aziende, una di Perugia e l’altra di Arezzo. Al termine di questa prima fase dell’indagine, sono stati posti sotto sequestro quattro allevamenti. I 500 bovini del valore commerciale di due milioni e mezzo di euro, sono stati abbattuti e distrutti per evitare un’ulteriore diffusione delle malattie.

Durante la conferenza stampa dell’operazione chiamata “Lio”, i carabinieri hanno detto chiaramente che le operazioni di sequestro e abbattimento dei capi sono avvenute prima della commercializzazione degli animali infetti. Questo vuol dire che la carne non è mai arrivata sulle tavole degli italiani.

Si tratta di una precisazione importante, perché la brucellosi e la tubercolosi bovina sono trasmissibili anche all’uomo (il contagio però non è semplicissimo e passa soprattutto attraverso il contatto diretto con gli animali, ma può avvenire anche per il consumo di carne o latte infetti).

Le indagini dei carabinieri comunque non si sono fermate qui. Le due aziende al centro del traffico di animali malati sono risultate coinvolte anche in un’altra rete criminale, dedicata alla falsificazione di passaporti e di marche auricolari, per introdurre sul mercato animali di età e razza diverse rispetto a quanto dichiarato sui documenti. Ogni capo presente negli allevamenti italiani, è infatti registrato in un’anagrafe nazionale e ha una sua “matricola” riportata su una targhetta auricolare. Questa marca è una sorta di carta d’identità dove compaiono tutte le informazioni necessarie a ricostruirne l’origine e gli spostamenti. In questa truffa erano coinvolte le stesse aziende, ma le malattie non c’entrano. Le falsificazioni permettevano di far passare animali di razze meticce, meno pregiate, come capi di chianina. Per rendersi conto dell’affare basta dire che un bovino di razza chianina si può vendere ad un prezzo doppio o triplo rispetto ad altri.

Le indagini complessivamente hanno riguardato 21 province situate in 12 Regioni, coinvolgendo 65 persone (56 allevatori, 3 autotrasportatori e 6 medici veterinari di ASL del centro sud). A operazione conclusa rimane una legittima domanda in sospeso: quanto ci si può fidare della carne che arriva a tavola?

Il capitano dei carabinieri Marco Vetrulli, si dichiara ottimista: «I risultati ottenuti dimostrano che le operazioni di controllo, condotte in collaborazione con gli organi sanitari sul territorio, Asl e Istititui zooprofilattici, funzionano». Come a dire: il fatto che ogni tanto venga individuata qualche mela marcia significa che le mele vengono controllate, dunque si può stare tranquilli.

In particolare per quanto riguarda il rischio di malattie infettive, i controlli previsti sono rigorosi e serrati. Ogni singolo capo negli allevamenti italiani registrati viene periodicamente controllato e se per caso si individuano animali infetti, questi sono allontanati e abbattuti e l’allevamento viene temporaneamente bloccato. Per quanto riguarda brucellosi e tubercolosi (ritenute malattie storiche dei bovini italiani), le operazioni di cosiddetto “risanamento” sono iniziate già negli anni Cinquanta e oggi possiamo dire che la stragrande maggioranza delle stalle sono indenni.

richiamo carne Certo, il discorso vale per gli allevamenti regolarmente registrati, mentre su eventuali capi che fanno capo a strutture illecite ovviamente non c’è controllo. Come tutelarsi, allora? La regola principale è acquistare sempre in punti vendita autorizzati e non in esercizi occasionali (per esempio certi venditori ai margini dei mercati) e imparare a controllare le etichette.

Ricordando che una buona cottura abbatte definitivamente il rischio di trasmissione di eventuali infezioni, sia per quanto riguarda la carne, sia per quanto riguarda il latte (in particolare quello crudo, non pastorizzato, che è probabilmente il prodotto più a rischio).

Valentina Murelli – Il Fatto alimentare – 12 giugno 2014 

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