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La valle dei cavalli tornati selvaggi: “Salviamoli subito o moriranno”. Nel Ferrarese l’odissea del branco abbandonato non si sa perché. Indaga un magistrato

Repubblica. Al secondo morto si è decisa: esposto in procura, non si uccidono così i cavalli. Roberta Ravello, dell’associazione Horse Angels, ha fatto una denuncia “per abbandono e maltrattamento di equidi”, riferendosi a un branco di 28 esemplari, per lo più razza Camargue, che vivono sugli argini del Consorzio di bonifica Pianura di Ferrara.
Un posto meraviglioso, e anche poetico. Migliaia di ettari di acque, canne, fagiani (e molte nutrie belle grasse), peccato per quei cavalli — dotati di strane criniere e code rasta — di cui nessuno si è occupato fino a un mese fa, salvo che ora c’è la corsa a portargli mele, carote e fieno, e anche medicine, perché alcuni non se la passano così bene.
Nessuno ha ancora capito di chi siano, e quindi chi se ne debba occupare, anche se si sa da dove arrivano. La faccenda è finalmente nelle mani di una magistrata che per puro caso «si chiama dottoressa Cavallari, lei farà l’indagine, individuerà i responsabili di questa situazione». Roberta Ravello, e molte altre associazioni, è indignata per lo stato in cui si trovano gli animali e soprattutto dalla morte del primo, lo scorso 21 ottobre, dopo un tentativo estremo di salvataggio: un baio inselvatichito — forse un ex cavallo da corsa — era entrato in un canale, e probabilmente per via dell’età avanzata, non era riuscito ad uscirne. I vigili del fuoco di Portomaggiore e i colleghi elicotteristi di Bologna erano invece riusciti ad imbragarlo, poi l’avevano sollevato ma l’imbragatura aveva ceduto e l’animale era precipitato. Una brutta morte, niente di romantico. Poi, il secondo, il 2 novembre.
Questo era un Camargue, quindi abituato a nuotare. Ma anche questo non riusciva ad uscire dal canale, e una volta salvato — dato lo stato di ipotermia — era finito in una clinica specializzata dopo l’intervento di Nicole Berlusconi, nipote dell’ex premier e appassionata di cavalli. Ma anche questo era poi morto. Dunque, di chi sono e perché nessuno se ne occupava? E soprattutto, che ci fanno dei cavalli da trotto in un posto così, e persino un pony bianco e marron con la bronchite? Andrea Marchi è sindaco di Ostellato, quindi la Valle Lepri dove vive il branco rientra nel suo territorio. «I terreni erano di un agricoltore, che però poi ha venduto, ma non ho notizie precise su tutta la faccenda.
Anche io mi domando che fine faranno. Qui serve una vigilanza permanente, oppure adozioni qualificate, perché c’è sempre il rischio che finiscano al macello».
La storia è corsa sui social, molti si sono impietositi, innamorati, afflitti per il loro destino, tutti si domandano che fare. Simone Marchesini fa il commercialista e ne sa qualcosa di più, essendo incaricato dal tribunale delle esecuzioni immobiliari di vendere i terreni su cui vivono i Camargue.
“È una procedura esecutiva di vendita forzosa di un immobile, in questo caso di 27 ettari di terreni», di un tizio che disconosce la proprietà dei cavalli, acquistati con le terre da un precedente proprietario che aveva un maneggio nel 1996. Ma il commercialista nulla sapeva «di questa presenza, e sono sconfortato per quei poveri cavallini. Io amo gli animali, infatti vivo con un Labrador. L’avessi saputo, che c’erano anche dei beni mobili…». Eh sì, gli animali in burocrazia sono catalogati come “beni mobili”, e quindi sottoposti ad altra procedura. Allora, i terreni «andranno all’incanto il prossimo 23 gennaio, base d’asta 156mila euro», e già qualcuno pensa di raccogliere donazioni, comprare e magari fare un’oasi naturalistica con i Camargue, abbandonati da almeno 5 anni e ignari del can can scoppiato sulle loro teste rasta. Silvia Fabbri, volontaria dell’associazione Ace, spiega che la colpa di quelle strane pettinature «è per colpa delle piante di bardana maggiore, che produce delle lappole che si conficcano nelle criniere e nelle code, e sono anche pericolose, in quanto pesano e possono provocare delle lesioni alla pelle».
Impossibile tagliarle, gli animali si avvicinano con grande cautela solo a lei, e anche se desiderosi di affetto, scappano non appena qualcuno cerca di leggere il microchip che alcuni — i più vecchi — hanno sotto pelle. «Gli altri sono più giovani, nati qui, perché in fondo questo potrebbe essere il loro habitat. C’è acqua, erba in quantità. Avrebbero però bisogno di essere sverminati e curati con regolarità». Giampaolo Maini è il veterinario chiamato dalle associazioni dopo le due morti. Da sempre si occupa solo di cavalli, riconosce nel branco «una dozzina di femmine gravide, oltre alla baia, dodici puledri e tre stalloni», che brucano volentieri i cespugli di tamerice, e pure i balloni di fieno che l’Ente Palio di Ferrara ha portato qualche giorno fa. Intanto Franco Dalle Vacche, presidente del possente Consorzio di bonifica (4mila chilometri di canali) e anche lui ieri sull’argine a valutare il da farsi, dice che «qui ci vuole buon senso. Noi non siamo competenti sulla fauna, ma per intanto abbiamo costruito degli scivoli perché possano scendere a bere senza ammazzarsi». Come tutti, crede che siano impossibili da spostare. Troppo inselvatichiti, il veterinario spiega che »piuttosto si ammazzerebbero, pur di non salire su un van. Non sono mica vacche!», ma cavalli liberi, così romantici che tutti si commuovono, poi nessuno risolve il problema.

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