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L’agnello salvato. A Pasqua, il consumo di carne ovina e caprina è calato del 10%. Mentre gli allevatori imputano la crisi alle campagne vegane, ecco come sta cambiando la nostra tavola

Ettore Livini. La favola pasquale, letta con occhio vegano, ha avuto il suo lieto fine. I lupi, alias i carnivori italiani, sono rimasti a bocca quasi asciutta. Gli agnelli invece possono festeggiare. La guerra non è vinta, visto che 400 mila di loro hanno passato le feste a tavola, nel non invidiabile ruolo di piatto di portata.

«Il tam-tam fondamentalista di animalisti e vegetariani» però copyright del vicepresidente della Confederazione italiana agricoltori Toscana (Cia) Enrico Rabazzi – ha dato i suoi risultati: le vendite di abbacchio e affini nelle macellerie tricolori sono calate tra Venerdì santo e Pasquetta, quattro giorni di fuoco per gli ovini, del 24,9 per cento, certifica l’Associazione difesa animali. I consumi, conferma la Cia, sono calati del 10 per cento. E Valerio Piredda, allevatore con 700 capi in un’azienda agricola nella zona di Roma Sud, ha un diavolo per capello. «Da tempo le cose vanno male. Ma queste feste sono state davvero un disastro» racconta. La prima luna piena di primavera, per chi fa il suo mestiere, è da sempre altissima stagione «perché in questo periodo si concentra il 40 per cento degli acquisti annuali di agnelli e capretti ». E Pasqua 2016 va in archivio con un bilancio da Caporetto: «Non so se la colpa è degli animalisti, ma certo le campagne di questo tipo pesano» confessa. Risultato: «La domanda è andata a picco, i prezzi sono crollati del 30 per cento, le celle frigorifere dei supermercati sono ancora piene. E i grossisti, intasati dall’invenduto, non sono venuti nemmeno in azienda a ritirare i carichi di capi che avevano già ordinato ». Negli anni scorsi di questa stagione un chilogrammo di agnello vivo «poteva costare fino a cinque euro». Oggi «siamo tra tre e tre e mezzo, cifre cui io vendo in perdita», dice Piredda. La Quaresima degli allevatori si è allungata oltre la scadenza ufficiale in calendario: «Non siamo fabbriche di bulloni dove quando cala la domanda riempi i magazzini spiega amaro Rabazzi -. Le bestie vanno vendute e il prezzo, in queste situazioni, lo fa chi compra». Ergo le aziende sono alle corde e «gli animalisti dovrebbero frugarsi nelle tasche e trovare i soldi per pagare i danni che hanno fatto».

Loro, invece, pensano giustamente a festeggiare. Il crollo delle vendite? «E’ un chiaro segnale dell’accresciuta consapevolezza di quello che mettiamo nel piatto», afferma Paola Segurini, responsabile vegetarismo della Lav. Le strategie mediatiche e la forza d’urto dei 4,2 milioni di vegetariani d’Italia funzionano: ci sono le immagini shock dei mattatoi, le manovre parlamentari di Maria Vittoria Brambilla onorevole di Forza Italia e presidente della Lega difesa animali – che ha proposto una legge per impedire la macellazione dei piccoli d’animali, come fanno da sempre i nomadi in Mongolia; ci sono i blitz degli ultrà contro lo chef Carlo Cracco – reo di aver cucinato un piatto al piccione – e Giuseppe Cruciani, conduttore di Radio24, in cima alla lista dei most wanted dei vegani tricolori per aver portato in redazione, cotto e mangiato un coniglio. Il combinato disposto di questo pressing – moltiplicato dall’amplificatore dei social network – ha «salvato la vita», come dice Brambilla, a milioni di bestie.

Nel 2009, certifica l’Istat, in Italia sono stati uccisi 4,68 milioni di agnelli. Oggi «che mangiarli è come fare peccato mortale», si lamenta Rabazzi, siamo scesi a 2,21 milioni, il 55 per cento in meno. Il giro d’affari della carne ovicaprina è crollato dai 296 milioni del 2000 ai 174 dello scorso anno. E persino i piccioni possono volare con meno patemi d’animo nelle piazze delle nostre città, visto che i 755mila finiti in pentola nel 2009 si sono ridotti oggi a 497mila. «Quella di consumarli in Italia è ormai un’abitudine che si è persa – ammette Francois Tomei, direttore centrale di Assocarni -. Ma per gli ovini è un’altra cosa. La filiera del latte non può fare a meno di quella della carne. Se vuoi una fetta di pecorino devi accettare che un agnello dopo 35-40 giorni va tolto alla madre». Non solo. «Inutile lamentarsi del dissesto idrogeologico del nostro paese – aggiunge – se poi si vuol distruggere l’allevamento delle pecore che tengono puliti migliaia di ettari destinati altrimenti a ridursi a roveto».

La sua battaglia, come quella degli allevatori, finora è stata quasi sempre perdente. È vero che la voce dell’innocenza – leggi i bambini delle mense bolognesi che da qualche mese hanno l’opzione vegana nei menù scolastici – ha bocciato senza appello le “pepite di miglio” e il tortino di semolino e patate garantendo invece un gradimento bulgaro alla pasta con il ragù. La sensibilità degli adulti però è un’altra cosa. «E utilizzare il musetto di un agnello per speculare sulla pelle degli agricoltori», come accusa Rabazzi, ha finora pagato. «Tutti siamo sensibili. Anche a me non piace mandare a morire gli animali che ho allevato – si difende Piredda -. Ma questo è parte della nostra tradizione e della cultura cattolica». L’Esodo, per dire, parla del sacrificio degli animali. «Rispetto i vegetariani e li ammiro per la forza persuasiva, ma loro devono rispettare la nostra storia – aggiunge Rabazzi -. Animalisti & c. tra l’altro sono solo uno dei problemi del nostro settore». Ci sono le importazioni sottocosto dall’Est europeo (diversi Tir in arrivo da Romania e Ungheria sono stati multati nei giorni scorsi sulle strade italiane), gli ukase dell’Organizzazione mondiale della sanità contro la carne rossa («è cancerogena ») e la crisi dei consumi delle famiglie tricolori.

Il settore, insomma, ha il fiato corto. E la buona fede degli animalisti, mette in guardia Rabazzi, rischia di avere un effetto boomerang: «Le loro campagne hanno fatto crollare le quotazioni. A questi prezzi un agnello consuma più di quello che rende – snocciola con la fredda logica dei numeri – Mi beve 50 euro di latte dalla madre e poi lo vendo a 35-40 euro». I contadini hanno un rapporto con gli animali diverso da quello di chi vive in città. «So che è illegale – conclude Rabazzi -. Ma temo che a quel punto in molti, facendo i loro conti, sopprimano il cucciolo appena nato per guadagnare di più vendendo con il latte». Pecunia non olet. Le bestie non arriverebbero mai in tavola, ma avrebbero lo stesso il destino segnato. “Occhio non vede, cuore non duole”, dice la saggezza popolare. I lupi rimarrebbero a bocca asciutta. Ma per gli agnelli ci sarebbe lo stesso poco da festeggiare.

Repubblica – 31 marzo 2016 

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