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L’allarme nutrie non passa mai. «Ora provocano incidenti. E cacciarle è troppo costoso». A Bovolone trattore ribaltato per gli «scavi». E i Comuni corrono ai ripari

L’ultima è successa a Bovolone, la settimana scorsa: un operaio del Consorzio di Bonifica era al lavoro su un trattore, quando si è visto la terra cedere sotto le ruote. Il mezzo è sprofondato in una buca e sono state necessarie due ore per recuperarlo. Il tutto per ventimila euro di danni, più il costo di due gru noleggiate per mezza giornata.

Quanto al lavoratore, gli è andata bene: nessuna ferita. Fosse accaduto in un altro punto, con la macchina agricola in un’altra posizione, però, avrebbe rischiato grosso. Per individuare i colpevoli c’è voluto un attimo. Solo le nutrie, «croce» della campagna della Bassa potevano fare un lavoro del genere. Metri quadrati di tane scavate sotto il terreno, vicino ai canali, quasi un piccolo mondo carsico invisibile in superficie. Salvo incidenti del genere, e non solo. Per il Consorzio, del resto, le nutrie sono dietro anche ad alcune delle recenti inondazioni che hanno funestato la Valpadana.

«Probabilmente anche qui in provincia – spiega il presidente Antonio Tomezzoli – ma per quanto accaduto a Modena poco più di un anno fa ci sono le prove: gli argini erano stati irrimediabilmente danneggiati dagli animali». E adesso, i mezzi agricoli a rischio «sprofondamento». «La vita dei nostri tecnici, e quella degli agricoltori che lavorano i terreni lungo le rive dei canali – prosegue Tomezzoli – è a rischio. Anche per questo siamo costantemente impegnati nel tappare i fontanazzi provocati dalle nutrie, con picchi, in questo periodo di irrigazione, di tre interventi a settimana. Senza dimenticare che, nelle aree dove i canali sono pensili, come il Tartaro a Vigasio ad esempio, eventuali esondazioni coinvolgerebbero anche i centri abitati».

Per tenere sotto controllo la popolazione, uno dei metodi più utilizzati è quello delle battute di caccia. Costose e sicuramente efficaci sul breve periodo. «Ci costano mille euro all’una – ammette Tomezzoli – se non paga il Consorzio, paga la Provincia». Mediamente vengono uccisi dai mille ai duemila esemplari a uscita. «Ma la loro capacità riproduttiva è sconcertante – conclude Tomezzoli – tempo qualche mese e siamo da capo».Una soluzione potrebbe essere quella di espandere il periodo dell’anno in cui si organizzano le battute. «Solitamente si tengono da ottobre ad aprile – spiega Renzo Cesaro, vicepresidente dell’ambito territoriale di caccia 5, Tartaro Tione, uno dei più interessati dal fenomeno – così si esclude il periodo riproduttivo, nonché quello in cui ci sono i maggiori danni all’agricoltura».Per questo i Comuni corrono ai ripari, non senza qualche difficoltà. Tra queste anche l’ostruzionismo di associazioni ambientaliste che hanno lamentato più volte la «strage» dei roditori. Una di queste, l’Associazione vittime della caccia ha fatto ricorso al Tar, lo scorso aprile, contro un’ordinanza del Comune di Salizzole, imitata da altre amministrazioni della zona, per consentire «l’abbattimento della specie in tutte le zone agricole del paese da parte dei soggetti autorizzati, mediante il fucile, dal tramonto alle 2». «Il tribunale ci ha però dato ragione – fa sapere il sindaco Mirko Corrà – e andremo avanti: vogliamo solo tutelare il territorio e gli ha abitanti. Quanto agli animalisti, se riusciranno nel loro intento di bloccare il contenimento, dovranno anche assumersi la responsabilità dei danni causati».

Davide Orsato Corriere del Veneto – 6 agosto 2015

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