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L’analisi. Perché le manovre di Berlusconi non bastano mai

Cosa deve ancora accadere affinché sia chiaro a tutti che il problema principale del nostro Paese non è un’ulteriore manovra economica, basata su un’altra riforma delle pensioni e la solita moltiplicazione di sanatorie e condoni fiscali, ma è il governo guidato da Silvio Berlusconi?

Finché questo esecutivo resterà in carica non ci sarà alcun intervento, di qualunque dimensione e natura, che potrà risollevare la credibilità dell’Italia davanti ai mercati, all’Unione Europea, alle agenzie di rating, alle istituzioni internazionali. Nessuno ha più fiducia in noi. Ci guardano come un caso irrecuperabile, anche se certo non sono condivisibili i sorrisivi di Sarkozy e della Merkel, la cui imbarazzante performance di domenica scorsa offre la dimensione della modesta qualità dell’attuale leadership europea. Mitterrand o Schmidt non si sarebbero mai permessi certi show. Ma noi italiani siamo tornati indietro di tre mesi, come se non fosse accaduto nulla. Berlusconi e Bossi litigano nella notte sulle pensioni, il centrodestra rissoso e in rotta cerca un’altra scorciatoia che possa garantire al presidente del Consiglio di presentarsi domani a Bruxelles con un nuovo pacchetto di misure capaci di rispettare il vincolo del pareggio di bilancio, su cui ci siamo già impegnati, e di far ripartire l’economia. Il governo ha solo perso tempo, ha preso in giro il Paese e l’Europa mentre la situazione precipitava. Dopo aver sottovalutato o negato la crisi per tre anni, l’emergenza è esplosa questa estate. Berlusconi pensava di andare in vacanza quando il crollo della Borsa e il differenziale record dei tassi dei Btp con i titoli di Stato tedeschi hanno fatto capire, anche a chi non voleva vedere, che la casa andava a fuoco. L’incendio non è stato domato. La manovra d’emergenza, prima di 40, poi 45, infine di 53 miliardi, approvata a settembre dopo la famosa lettera della Bce ha calmato le acque solo per qualche giorno. Ma la stessa Europa, proprio in coincidenza con il varo della manovra straordinaria, ci aveva sollecitato l’adozione di misure a favore dello sviluppo, perché senza una ripresa sostenuta del Pil tutti gli sforzi, tutti gli obiettivi di risanamento vengono pregiudicati. E passato gin mese e mezzo dall’ “invito” europeo e il decreto sviluppo non si è visto per due motivi. Primo perché «non ci sono i soldi», ha ammesso Berlusconi. Secondo, perché la maggioranza è divisa, fragile, a volte assente come è avvenuto due settimane fa quando non è stato approvato il rendiconto dello Stato. Oggi dobbiamo fronteggiare di nuovo il «Podestà straniero», cioè l’Europa, i mercati, i nostri partner. Le manovre di Berlusconi non sono credibili perché è il governo che non è capace di ispirare fiducia. Bisogna fare due conti. Nell’ultimo mese il nostro debito pubblico è stata declassato dalle principali agenzie di rating che hanno abbassato il giudizio anche sulle maggiori banche, imprese pubbliche e private. La capitalizzazione di Borsa ha perso circa il 40%, lo spread con il bund è rimasto sopra i 350 punti e oscilla di nuovo attorno alla soglia dei 400. In questo quadro che cosa propone il

governo per lo sviluppo? Mandare in pensione i lavoratori più tardi, puntare alla cancellazione delle pensioni di anzianità, altare l’età pensionabile delle donne, tagliare la reversibilità… Certo sulle pensioni è sicuro che si può fare cassa, risparmiare,’ma c’è da chiedersi se questa è la strada. I risparmi di due-tre miliardi di euro, queste le ipotesi che si leggono per gli interventi sulle pensioni, noi ce li giochiamo in qualche settimana di aumento dei tassi del debito pubblico. Sarebbe questa la strada dello sviluppo? Sulle pensioni si può fare qualche altra correzione, nel senso dell’equità, ma non c’è una situazione d’emergenza. Il sistema è in equilibrio, ci sono già state due importanti riforme, la “Dini” e quella recente del 2007 “Prodi-Damiano” che sposta progressivamente in avanti l’età in cui si va in pensione. Lo stesso governo Berlusconi è già intervenuto sulle pensioni per le donne e forse sarà utile ricordare, quando si parta di previdenza, che nove milioni di persone percepiscono poco più di 900 euro al mese. Vogliamo colpire questi cittadini per finanziare il pacchetto sviluppo? O pensiamo di mettere uno contro l’altro l’operaio metalmeccanico che vorrebbe andare in pensione dopo una vita in fabbrica con il giovane precario che non trova lavoro? Il Paese deve rimboccarsi le maniche, non c’è dubbio. Ma non può chiedercelo Berlusconi. All’Italia conviene il voto.

L’Unità – 25 ottobre 2011

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